LA CRISI: REALTA’ O FANTASIA?

La questione della crisi economica riempie le pagine dei quotidiani e i servizi televisivi dei telegiornali, ma spesso facciamo fatica a comprendere se veramente siamo in piena recessione, oppure se si tratta di una bufala, di una trovata mediatica per avere argomenti su cui dibattere, di un allarmismo inutile e ingiustificato.

Spesso facciamo fatica a comprendere le motivazioni che ci hanno portato a questa crisi vera o presunta che sia. Eppure non si tratta certo di un fatto nuovo.

E’ arrivato forse il momento di pagare caro il debito accumulato dagli anni ’70 – ’80 ? Il momento di scontare gli errori di chi non ha saputo o voluto tenere sotto controllo la spesa pubblica? Di pagare un boom economico schizofrenico che ha fatto credere ai nostri genitori di essere arrivati? Di poter riscattare con una laura e con un posto pubblico i sacrifici dei nostri nonni nel dopoguerra?

C’è una parte di noi che crede fortemente che questa crisi, non solo esiste, ma è drammaticamente irrisolvibile: disoccupazione, licenziamenti, precarietà, esodo di giovani all’estero, chiusura di attività commerciali, proliferazione di outlet, corsa alle offerte nei supermercati, affollamento dei mercatini rionali, aumento di famiglie gravemente disagiate…

Ma nel frattempo ristoranti e pizzerie sono sempre piene di gente, passeggiando per le vie dei centri cittadini ci si imbatte in gente con borse e scarpe rigorosamente firmate e per entrare nei negozi delle grandi firme c’è sempre coda.

Ma è solo colpa di una classe politica non all’altezza della situazione oppure le motivazioni che ci hanno portato a questa situazione sono da ricercare in noi stessi?

Sembra quasi che il benessere degli anni ’80 e ’90 ci abbia riempito di vizi e di pretese, abbia ritenuto di cambiare la nostra cultura, abbia invecchiato i nostri progetti e ci abbia rinchiusi negli schemi standardizzati della classe borghese.

I nuovi poveri siamo proprio noi, siamo noi della classe borghese, la maggior parte della gente che poteva permettersi una vita agiata, la fascia del doppio reddito, degli insegnanti, degli impiegati, degli infermieri, il gruppo più cospicuo della popolazione.

Certo, la globalizzazione sta cambiando un po’ le nostre abitudini e dei passi indietro dovremo farli per forza: torneremo ai mestieri di una volta, torneremo ad aprire le botteghe artigiane, a studiare di meno e a lavorare di più, toneremo ad accontentarci dell’essenziale, a cercare un lavoro e basta, senza troppe pretese e senza troppi sogni nel cassetto.

Ma dovremo anche cercare di valorizzare i giovani, di investire su progetti nuovi, di trovare il coraggio per reagire, per spremerci le meningi per andare avanti e per non scoraggiarsi in un periodo già nero di per sé.

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