ELEZIONI PARLAMENTARI IN IRAN

Il prossimo 2 marzo si svolgeranno le elezioni parlamentari in Iran.

Intanto, per non smentirsi, Teheran ha presentato una formale protesta alle Nazioni Unite contro Israele (definendola “impunita” nei confronti della repubblica islamica), bloccato nuovamente gli controlli da parte degli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica e dichiarato che nel 2015 sarà in grado di colpire gli USA con armi ancora più potenti.

L’Economist ha dedicato l’ultima copertina proprio ai rischi della minaccia nucleare iraniana.

Per capire questa grande attenzione nei riguardi del paese, bisogna fare un passo indietro, un passo lungo oltre 30 anni: fu la Rivoluzione del 1978 a trasformare la millenaria monarchia persiana in Repubblica Islamica, la cui costituzione si ispira tuttora alla legge coranica, la Sharia.

L’improvvisa ricchezza che colse l’Iran nel 1960, dopo la Guerra del Kippur, e la brusca applicazione di modelli occidentali ad un “gigante petrolifero del terzo mondo”, produssero risultati disastrosi: corruzione, repressione, sradicamento e alienazione di plebi rurali, crescita di città inumane e nuova povertà.

La rivoluzione è dunque solo l’ultimo passo di una trasformazione avviatasi mentre il regime repressivo dello Scià Reza Pahlavi, nel tentativo di fare dell’Iran la principale potenza del Medio Oriente, accentuò il carattere nazionalista del regno, impegnando ingenti risorse nella costruzione di un potente e modernissimo esercito. Al crescente malcontento della popolazione, sempre più indigente, il sovrano scelse di rispondere con la forza: arresti di massa, migliaia di torture e oltre 7000 omicidi. I primi oppositori furono i fedayyin-e khald (volontari del popolo) di ispirazione marxista, che presto decisero di unirsi ai mujaheddin islamici, ma fu il clero sciita a diventare l’unico riferimento della rivolta, che divenne inarrestabile quando Khomeini, dal suo esilio parigino, incitava il suo popolo alla rivoluzione.

Lo Scià fuggì in Egitto; le manifestazioni a favore dell’ayatollah si moltiplicavano; l’Esercito annunciò il totale disimpegno nella lotta; il governo provvisorio dovette soccombere.

L’Iran si ritrovò dunque nelle mani di Khomeini, visto ormai come padre della nazione e unico salvatore degli oppressi; come e in che misura molti si sbagliassero sul suo conto, si sarebbe capito molto tempo dopo.

Si tratta dunque di un mix molto complesso in cui si fondono elementi di religione, antropologia, sociologia e diplomazia che rendono l’Iran punto cardine dello scacchiere mediorientale: oggi Teheran conta oltre 10 milioni di abitanti; il paese è diviso in 30 province, per un totale di circa 70 milioni di abitanti scomposti in una decina di gruppi etnici: persiani, che costituiscono circa il 50% dell’intera popolazione, curdi, azeri, luri, beluci, turkmeni e arabi, oltre al milione e mezzo di uomini e donne costituenti gruppi nomadi, apolidi.

L’economia iraniana è in continua ma inarrestabile salita, nonostante un mercato ancora poco libero ma incredibilmente ricco e invitante, fatto di giacimenti petroliferi, prodotti chimici, gasdotti, tappeti, pistacchi, zafferano e caviale del Mar Caspio, oltre alle importanti industrie estrattive di acciaio e rame.

L’Iran è una delle regioni più appetibili e importanti del pianeta. Il futuro sarà in mano di chi possiederà più fonti di energia direttamente fruibili, e l’Iran ne possiede una quantità enorme: nel ranking mondiale è al secondo posto per le riserve di gas naturale e al terzo posto per il petrolio.

Avrà presto nuove centrali idroelettriche, nonché una forte capacità, ancora non chiaramente definita, di energia nucleare. Tutte le pressioni internazionali volte a bloccare il rischio di produzione di armi nucleari finora hanno prodotto sanzioni più teoriche che pratiche, eccezion fatta per i ripetuti controlli attuati dall’Agenzia Atomica Internazionale, sempre ostacolati dal governo centrale.

L’Iran è stato e resta la prima teocrazia sciita della storia, nonostante annualmente si contino almeno una dimostrazione di piazza a settimana contro i religiosi, uno sciopero al giorno e continue schermaglie tra studenti e polizia.

L’arrivo al governo di Ahmadinejad, insieme a ciò che egli rappresenta per le masse e per il resto della società islamica, sembra aver assicurato il permanere del connubio tra Stato e Teologia, tra ideali e politica, nell’unica Teocrazia ancora in piedi al mondo.

Staremo a guardare. Si spera, tuttavia, non a braccia conserte.

di Lucia De Simone Abbatantuono

Foto: ANSA

One comment

  1. La gente trova più semplice fare grossi errori dettati dagli altri che rischiare di fare qualcosa di giusto dettato dalla propria testa.
    Pensare di essere ancora oggi teo-guidati è sinonimo del fatto che in 2000 e più anni di storia abbiamo fatto veramente pochi passi in avanti.
    Ma possiamo sempre confidare nel futuro!
    Greta

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