LA SICUREZZA DEL LAVORO NEGLI ANNI

Sono oltre cento anni che lo Stato italiano si occupa della sicurezza e della salute di chi lavora. Le prime norme risalgono alla fine dell’ottocento, ed il perché è immediatamente comprensibile da tutti: è infatti moralmente inaccettabile che coloro che sono “costretti” a lavorare per mantenere sé stessi e la propria famiglia subiscano un danno da questa attività.

Su questa motivazione nobile e umanitaria, si innesta – man mano che progredisce la legislazione e si configurano le tutele dello stato sociale – anche una motivazione di tipo economico.

Curare i feriti, pagare pensioni di invalidità, rimborsare vedove e orfani: tutto questo costa. E sebbene sembri passare in secondo piano, tale motivazione ha un peso non indifferente nella vita della nazione, a maggior ragione in tempi di vacche magre come quelli di oggi.

“Prevenire è meglio che curare”. Il vecchio detto si adatta alla perfezione al campo della sicurezza.

Nella prima parte del secolo ventesimo, la sicurezza del lavoro è fatta di norme singole e poco collegate tra loro. E’ nel secondo dopoguerra che lo Stato italiano, dimostrandosi ancora una volta la patria del diritto, batte sul tempo gli altri stati europei e vara una legislazione corposa ed organica.

In particolare, le prime leggi cui ci riferiamo risalgono alla metà degli anni ‘50. E sono leggi talmente valide ed avanzate che restano punti di riferimento del settore per circa 40 anni.

Ma la società cambia, cambiano le filosofie, e cambia l’approccio anche in questo settore. Il 1994 segna un punto di svolta per quanto riguarda, non solo le leggi di riferimento, ma soprattutto per quanto riguarda il modo di intendere la sicurezza del lavoro.

Non più, non solo, un insieme di norme tecniche, di misure, di numeri, da applicare nelle varie situazioni ma una filosofia aziendale, un modus operandi che deve permeare tutta la vita dell’azienda dalla sua nascita alla sua chiusura.

L’Europa ci indica la strada con otto normative emanate in quegli anni, che l’Italia recepisce integrandole in una unica legge nazionale.

E’ il famoso decreto 626 del 1994: una svolta talmente importante che tale numero, facile da ricordare e da pronunciare, entra nell’immaginario collettivo e vi rimane tuttora, appartiene al linguaggio di gente comune e addetti ai lavori, come “LA” legge base (o l’unica) in materia di sicurezza del lavoro.

In questo senso, le ultime normative, ed in particolare il decreto 81 del 2008, non introducono  novità significative. E’ il desiderio, più politico che tecnico, di dare una veste unitaria alle norme precedenti (è un “Testo unico”), è una risposta da offrire all’opinione pubblica dopo la ripugnante e toccante tragedia della Thyssen-Krupp.

Confrontando il percorso normativo, la crescita della coscienza civile e delle conoscenze tecniche, con le statistiche in materia di infortuni e malattie professionali, possiamo dire che il gran lavoro di legislatore e operatori del settore non è stato vano. Tali eventi si sono nettamente ridotti e continuano a diminuire, sebbene con un  trend meno veloce di quanto si possa desiderare.

L’impegno per i prossimi anni è quello di puntare ad un obiettivo che, sebbene possa apparire irrealizzabile, deve guidare gli sforzi di tutti coloro che si occupano di questa materia, dal legislatore agli imprenditori ai lavoratori: “infortuni zero”.

Il punto di svolta che ci porterà a questo risultato, o perlomeno permetterà di avvicinarlo, è il cambiamento di mentalità da parte di tutti gli attori, la crescita culturale sotto questo profilo.

In questo senso, ognuno di noi può e deve fare molto, nella vita di tutti i giorni e nel contatto con gli altri.

 Di Tonia Turitto

foto: diversamenteoccupati.it

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