DEGENNARO E I SOLDI AL SAN RAFFAELE

Tra i molti “misteri” su cui la Procura di Milano sta indagando per capire come siano state prosciugate le casse del San Raffaele, c’è anche il ‘filone Dec’. Riguarda i rapporti tra lo stesso gruppo ospedaliero e la Degennaro Costruzioni, la società di Daniele e Gerardo Degennaro, già “travolti” dall’inchiesta sullo scandalo degli appalti a Bari.

Un indagato, infatti, ha raccontato “di avere visto De Gennaro portare soldi in valigia a Cal (l’ex vicepresidente della Fondazione, morto suicida) in 5/6 occasioni”.

Mentre dagli atti è emerso anche il primo nome di una persona che avrebbe ricevuto, stando ai verbali, parte dei presunti fondi nerì realizzati ai danni del patrimonio dell’ospedale. Si tratta di Antonio Simone, assessore regionale lombardo alla Sanità nei primi anni ’90, finito all’epoca nel ciclone tangentopoli e da anni legato a Comunione e Liberazione.

Su una sua eventuale iscrizione nel registro degli indagati non arrivano nè conferme nè smentite ufficiali. A testimoniare che i pm milanesi Orsi, Pedio e Ruta stanno anche indagando sulla Dec, ci sono le carte appena depositate con la chiusura della prima tranche dell’inchiesta per associazione per delinquere e bancarotta a carico tra gli altri dell’uomo d’affari Pierangelo Daccò e dell’ex direttore amministrativo dell’ospedale Mario Valsecchi.

Proprio a quest’ultimo – che ha ottenuto i domiciliari anche in virtù della sua collaborazione – i pm hanno chiesto: “Sa se De Gennaro (nel verbale si dice di quale dei due fratelli si tratti) abbia consegnato soldi a Cal?”.

E Valsecchi: “Non lo sapevo. Prendo atto delle dichiarazioni rese da Pierino Zammarchi quando ha dichiarato di avere visto De Gennaro portare soldi in valigia a Cal in 5/6 occasioni”.

Zammarchi, costruttore indagato, lo aveva messo a verbale a novembre. I pm hanno insistito con Valsecchi per chiarire i rapporti tra Dec e San Raffaele riguardo alla realizzazione del Dibit 2, Dipartimento Universitario di Medicina Molecolare. Fu tale “Coscera il responsabile di Saint Premier Mont”, società svizzera – ha precisato Valsecchi – che ci presentò De Gennaro.

L’ex direttore ha spiegato ancora che “Coscera è stato anche retribuito per l’intermediazione sul Dibit 2, per aver presentato all’ospedale il costruttore De Gennaro della Dec disponibile a finanziare l’operazione”.

Coscera “fu pagato dalla Fondazione tramite Sain Premier Mont e mi disse che Cal gli aveva chiesto una retrocessione”. Il sistema delle retrocessioni è il centro dell’inchiesta: secondo l’accusa, diversi imprenditori in rapporti con l’ospedale – molti dei quali ora sotto la llente degli inquirenti – sovraffatturavano i costi ai danni delle casse del gruppo (che anche per questo si è ritrovato con un buco da oltre un miliardo e per ora i pm hanno accertato fondi neri per 45 milioni) e retrocedevano poi soldi in contanti agli allora vertici della Fondazione, i quali li giravano a Daccò che gestiva i fondi neri, occultandoli.

Uno dei due Degennaro è stato anche sentito dai pm e a lui potrebbero aver chiesto conto di proprio di quei “soldi in valigia”.

Il fiduciario di Daccò, Giancarlo Grenci, anche lui indagato, sta intanto collaborando con gli inquirenti e ha messo a disposizione dei magistrati “documentazione” riguardo una ventina di società riconducibili all’uomo d’affari, tutte con sede all’estero. In più documenti su 6 “società e conti personali” di Antonio Simone. E’ Grenci a tirare in ballo l’ex assessore in un interrogatorio di dicembre. Parla di “Harman”, società che “fu costituita nel 2007 per svolgere consulenze in favore della Fondazione”.

In realtà, ha spiegato, “l’unica fattura fu quella di 510 mila euro (per i pm uno degli episodi di dissipazione, ndr). Quasi tutto di questo importo (500 mila euro) Harman l’ha girato ad Euro Worlwide (…) Daccò ci indicò di trasferire quella somma su un conto nominativo di Antonio Simone” a Praga. Il suo nome l’aveva già fatto la segretaria di Cal a proposito di un “viaggio in Brasile” per “vedere le fazende della VDS e combinare un incontro con rappresentanti di Comunione e Liberazione”.

L’avvocato Giuseppe Lucibello, legale di Simone, ha spiegato di non sapere se il suo assistito sia indagato o meno e che l’ex assessore “collabora con Daccò dal 2004 e da lui doveva prendere dei soldi per delle consulenze, ma non c’è alcun riferimento alla vicenda San Raffaele”.

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