Gioacchino Toma, un garibaldino tra i macchiaioli della collezione Grieco

Gioacchino Toma  nacque a Galatina il 24 gennaio 1836.  Rimasto orfano di entrambi i genitori e rifiutato dai parenti più prossimi, trascorse la sua giovinezza  tra il Convento dei Cappuccini di Galatina e l’Ospizio per Orfani della Provincia a Giovinazzo, dove ricevette le prime nozioni di disegno presso la locale scuola di arte e mestieri.

Qualche anno dopo, l’appena ventenne Gioacchino si trasferì a Napoli e fece il suo tirocinio nella bottega del pittore decoratore Guglielmi.

Nel 1857, casualmente coinvolto in una retata della polizia borbonica, fu imprigionato per due mesi, poi confinato per più di un anno a Piedimonte d’Alife. Per vivere dipinse ritratti, immagini sacre e nature morte di frutta, sostenuto da amicizie importanti. Beniamino Caso per primo, che lo introdusse al duca di Laurenzana e al principe di Piedimonte, i quali lo ospitarono e gli commissionarono un po’ di tele. Durante la prigione il Toma entrò davvero in contatto coi cospiratori antiborbonici e fu tra i primi ad impegnarsi nei moti del 1859.

Nel 1860, ufficiale garibaldino, prese parte ai fatti d’arme nel Beneventano, nel Casertano e nel Molise.

I primi anni dopo l’Unità d’Italia, ancora sotto l’influsso di quell’esperienza, eseguì in prevalenza opere di soggetto risorgimentale che, negli anni Settanta, cedettero il posto ad una tematica sociale di grande impegno civile, come testimoniato dalle due versioni della Luisa Sanfelice in carcere, la cui vicenda  non colpì l’artista per  il peso della personalità politica della Sanfelice, ma solo per la condizione di condannata a morte, che, incinta, prepara il corredino per suo figlio.

Verso il 1865 ebbe inizio l’attività didattica dell’artista, prima in una scuola di  disegno per operai, successivamente con la cattedra di disegno ornato all’Istituto di Belle Arti.

La prima metà degli anni Ottanta fu caratterizzata da paesaggi e marine nonché da una bellissima serie di ritratti familiari, nei quali emerge una rara capacità di immedesimazione psicologica. Nel suo ultimo periodo si dedicò alla ricerca espressiva attraverso una pittura  nuova, larga ed aperta, bozzettistica e volutamente incompiuta.

L’artista morì a Napoli il 12 gennaio 1891.

Due dipinti dell’artista sono esposti nelle sale della Pinacoteca Provinciale di Bari. Si tratta del “Ritratto della figlia Emma” e “Donna che cuce”, quest’ultimo, un olio su tela collocato dal Maltese nel 1861 , raffigura una donna intenta nel lavoro di cucito. Le pennellate sono larghe ed essenziali, pregne di riflessi di luce; le persiane verdi e semiaperte fanno penetrare i raggi del sole che illuminano il profilo della donna posandosi sul lavoro tenuto in grembo ma anche sul tappeto a rombi variopinti accuratamente eseguito.

Non a caso i dipinti di Toma rientrano nella collezione Grieco acquisita dalla Provincia di Bari nel 1986, collezione che conta cinquanta prestigiosi dipinti italiani del secondo Ottocento e del primo Novecento.

Non a caso questo orfano è divenuto parte di quella famiglia di macchiaioli che, dal marzo del 1987, abita nelle stanze della Pinacoteca “Corrado Giaquinto”.

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