CASO PADOVE: TROPPA ISTERIA E POCA RIFLESSIONE

Ha generato un certo clamore il video diffuso alla trasmissione “Chi l’ha visto” riguardante un intervento delle forze dell’ordine per ottemperare ad una disposizione di allontamento dalla madre di un bambino di dieci anni nel padovano.

Il video è rimbalzato su internet scatenando un’onda emotiva in relazione alla “fisicità” della situazione che si è venuta a creare, con il bimbo che ha opposto una forte resistenza agli agenti che l’hanno prelevato.
Purtroppo le dinamiche mediatiche che si sono prodotte sono preoccupanti e potenzialmente pericolose, perché inducono ad una visione parziale della questione ed incoraggiano molte persone ad una risposta “di pancia”.
Il fatto è che per molti viene facile concentrarsi sull’epilogo della vicenda, su quei pochi minuti che sono stati visti, in modo il più delle volte decontestualizzato, da tante persone – e verrà facile trascurare tutti i contorni di una vicenda delicata e complessa e della questione più generale che essa rappresenta.

Il rischio in pratica è che, in nome del rigetto di una scena senz’altro cruda, si legittimi un atteggiamento di sostanziale connivenza con una situazione di fatto di violazione sistematica del principio della parità genitoriale.
Nei fatti sono passati oltre sei anni dall’approvazione della prima legge sull’affido condiviso, del cui spirito tuttavia è stato fatto strame dalla magistratura italiana che, attraverso profonde forzature, ha continuato ad implementare la prassi dell’affidamento esclusivo, quasi sempre alla madre.
Ci si scandalizza oggi per il bambino strappato dalle braccia della madre, ma si dimentica purtroppo che tanti bambini ogni giorno sono resi “orfani” di genitori vivi dalle sentenze strabiche e discriminatrici dei tribunali dello Stato.
I casi come quello di Padova restano minoritari. Più spesso, nell’indifferenza generale, lo Stato avalla, con opere e omissioni, atteggiamenti prevaricatori del genitore affidatario nei confronti del genitore non affidatario – atteggiamenti che solo grazie alla buona fede di molte persone non diventano la norma.
Una delle circostanze più spiacevoli che possono verificarsi in presenza di una separazione conflittuale è quella in cui uno dei due genitori cominci a manipolare psicologicamente il bambino fino ad indurlo ad un rigetto “spontaneo” dell’altro genitore, a partire dal quale giustificare la sua totale espulsione dalla vita del minore.
Si parla di “sindrome di alienazione genitoriale” (o PAS), un fenomeno che in Italia è recentemente entrato ufficialmente nell’ambito delle psicopatologie note e monitorate e che rappresenta a tutti gli effetti una forma di abuso del minore.
I fatti di Padova rientrano in questo tipo di dinamica e più che sulle modalità del “prelievo” del bambino, forse sarebbe opportuno concentrarsi sul ritardo con cui si è agito, di fronte di scorrettezze ed inadeguatezze da parte della madre in questione protrattesi per molti anni.

Intervenire contro la volontà apparente di un bambino è senza dubbio “brutto”, ma è necessario riflettere su due questioni.
La prima è che lo stato di minore esiste proprio perché si ritiene che una persona, sotto una certa età, non sia in grado di autodeterminarsi e che pertanto serva un quadro di regole nell’ambito delle quali gli adulti – i genitori – possono esercitare la sua tutela. A dieci anni non si può esprimere un pieno consenso e quindi una situazione che coinvolga un minore non è automaticamente legale per il solo fatto di essere da lui apparentemente assecondata.
La seconda è che, al di là del fatto che è più che giustificato intervenire sui casi di PAS in essere per garantire le prerogative del genitore “espulso”, la via maestra deve essere quella di prevenire alla radice determinate situazioni, garantendo al minore la possibilità di mantenere in ogni momento un rapporto equilibrato con entrambi i genitori.
In questo senso l’applicazione come regola di un affido condiviso vero appare l’unico possibile vaccino contro la PAS, in quanto, consentendo un accesso equo e bilanciato del padre e della madre al bambino, rende praticamente impossibili campagne di condizionamento psicologico miranti alla rimozione di uno dei due genitori.
Come ha affermato Marino Maglietta, presidente di Crescere Insieme, intervenendo ieri sull’argomento, “la legge sull’affidamento condiviso prevede che i figli abbiano, per loro indisponibile diritto, un rapporto con entrambi i genitori che appartiene alla vita quotidiana. Se la magistratura applicasse correttamente questa legge dello Stato, il rapporto dei figli con i genitori sarebbe assolutamente sano ed equilibrato e di conseguenza la forza pubblica potrebbe occuparsi utilmente di tutt’altro.”
Non c’è dubbio, naturalmente, che ci siano margini di miglioramento nel modo in cui si approcciano determinate questioni puntuali. Certo è possibile formare meglio gli “addetti” che si trovano ad intervenire in situazioni che vedano coinvolti minori e se sussiste qualche responsabilità specifica nelle modalità “poco telegeniche” in cui è stata condotta l’azione di Padova è giusto che sia indagata adeguatamente.

Tuttavia la vera questione politica è più di prospettiva. La responsabilità di certe situazioni sta nell’inerzia politico-istituzionale di questi anni, nell’incapacità di affrontare sul serio una delle problematiche sociali più rilevanti dei nostri tempi, quella di ricondurre le circostanze della separazione e del divorzio ad un quadro di norme certe e coerenti con i diritti del minore e con i princìpi della parità genitoriale e dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.
Se lo shock per il video di “Chi l’ha visto” contribuirà a far scaturire, anziché generica isteria, una riflessione di ampio respiro su questi argomenti, allora ex malo bonum.

Di: Giovanni Settanni

Foto: osservatorioggi.it

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