OLTRE OBAMA. NOTICINA SUI PROGRESSISTI AMERICANI

Non importa quale sarà il risultato delle prossime Elezioni Presidenziali negli Stati Uniti d’America, almeno non per avanzare delle considerazioni attendibili sullo stato delle componenti progressive di quella società.
Esse, certamente, erano state determinanti per favorire la vittoria di Obama quattro anni addietro: avevano dato sostanza e immagini, simboli e voti, da troppo tempo in fuga, a un progetto che ha dimostrato di avere una popolarità inter-classista quasi senza precedenti (in realtà, la ebbe anche Clinton, soprattutto quando venne eletto per la seconda volta).
L’impressione corrente, in effetti, è che le suggestioni più interessanti della Sinistra nord-americana non stiano tutte nel Partito Democratico, e certamente non tutte nella sua area maggioritaria: lo stesso Obama, è il caso di ricordare, nasce come outsider del partito, prima di iconizzarsi in un programma, in un personaggio e in una presidenza di chiaro sapore mainstream.
l fatto, poi, che la tentata rielezione del presidente uscente renda assai meno spettacolare e di evidenza pubblica il procedimento di selezione della leadership del partito, rischia, contemporaneamente, di oscurare le componenti tradizionalmente più interessanti del dibattito progressista statunitense.
La Sinistra dell’Asinello si nutriva di due personaggi, corrispondenti ad altrettante scuole di pensiero: il forbito John Edwards, capace di presentarsi con una certa professionalità anche di fronte ad elettorati meno originali, una sorta di eterno second best del consenso popolare, e lo spigoloso Kucinich, paladino, contemporaneamente, dei diritti civili delle minoranze sessuali, di una visione prudentemente antimilitaristica interna al maggior partito americano, nonché di un orientamento d’opinione sostanzialmente definibile “social-libertario”.
La Presidenza Obama ha messo a dura prova queste due aree: vi ha sottratto molti consensi, ne ha mobilitato energie, ma ormai da due anni sono iniziate le diserzioni individuali, le delusioni, gli sfilacciamenti, con l’effetto di indebolire tanto l’immagine del Presidente, quanto la piattaforma elaborativa della Sinistra del partito. Spunti interessanti sembrano venire, inoltre, dalla sponda ecologista, esterna al Partito Democratico. Se l’associazionismo civile aveva fatto per oltre due decenni di Ralph Nader l’alfiere buono per ogni battaglia (anche quelle più minoritarie), suona come un sinistro precedente l’ipotesi di tornare ai consensi del 2000 -quando i Verdi furono, paradossalmente, determinanti a togliere voti alla Sinistra del Partito Democratico che appoggiava Al Gore.
Ma le condanne all’irrilevanza patite nel 2004 e nel 2008 sembrano acqua passata, attraverso un candidato presidente come la ricercatrice e fisiologa di origine ebraica (formazione vicina agli insegnamenti rabbinici riformatori) Jill Stein e una vice di rango, l’attivista old school, per quanto, in realtà non ancora cinquantenne, Cheri Honkala. L’impressione è che le due possano riprendere al Partito Libertario (movimento liberista, neutralista e antistatalista) il titolo, influente, almeno in termini di voto di opinione, di “third party” delle consultazioni a venire.
foto: terza-pagina.it
Domenico Bilotti

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *