BRUCIARE LA LANDA

RIFLESSIONI A MARGINE DI NANDU POPU, SALENTO FUOCO E FUMO, LATERZA, 2012

Le contestazioni scatenate dall’approvazione della riforma Gelmini fecero tornare fugacemente d’attualità il parallelismo con uno dei più negletti episodi del movimento studentesco italiano: la Pantera; esso, ritenuto politicamente debole, oltreché slegato dall’esperienza rivendicativa degli anni Settanta e da quella estremistico-resistenziale dei successivi Ottanta, fu, poi, nella memoria storica della Sinistra sociale italiana, completamente scavalcato dal quasi contemporaneo intervento della seconda generazione dei centri sociali occupati e autogestiti.
Quel che è certo è che, a oltre vent’anni di distanza, si ri-rappresentano come peculiarmente attuali le produzioni musicali che connotarono quel periodo: nei locali e negli spazi sociali, è facile ancora oggi ascoltare Africa Unite, Casino Royale, 99 Posse, Sud Sound System.
Nandu Popu, uno degli alfieri di quest’ultimo collettivo musicale, in grado di mischiare rap, reggae e richiamo diffuso alle radici salentine, se ne è uscito, nella scorsa estate, con un interessante libricino, che, forse, ha suscitato meno attenzioni di quanto avrebbe meritato: “Salento fuoco e fumo”.
Ripercorrendo con la memoria oltre settemila giorni di esperienza artistica e concertistica, in realtà, il musicista pugliese percorre, pure e per intero, le contraddizioni della sua regione, i problemi immensi che restano aperti, nell’immaginario ponte tra l’Est e l’Ovest, che, in congiunture infelici come quella attuale, sembra prendere il peggio dall’Oriente e dall’Occidente, nella sua superficie liminare, tormentata, soleggiata.
Non è, però, libro sdolcinato né autoreferenziale: non è una generica dichiarazione di autocompiacimento, in stile “ce l’abbiamo fatta”, ed è contemporaneamente un taccuino di considerazioni, dalla disoccupazione ai roghi estivi, dalla cementificazione alla delocalizzazione, che parla, con sincerità e dedizione, del Sud e delle sue ferite; tutte, o quasi, destinate a riaprirsi e in gran parte già riaperte da una crisi che il tessuto istituzionale non ha né previsto, né affrontato, né risolto. Ecco perché, mentre ci si perde nella descrizione dei frantoi, dei muretti, degli ulivi, delle conquiste, dalle parole di Nandu Popu sembra pure scorgersi l’invito a pensare una propria creatività, una propria autonomia, un proprio stile, non conforme alle imposizioni più ovvie e scontate.
Facendo, in fondo, semplicemente divampare la passione che già esiste: la solarità mediterranea di cui parlava Camus non è soltanto spiagge, stelle e gocce di sudore.
foto: sudsoundsystem.eu
Domenico Bilotti

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