NON RIFORMATORE E NEMMENO DEMONE… UN PROFILO DI PINO RAUTI

Le commemorazioni per la morte dell’onorevole Pino Rauti, nei giorni scorsi, hanno avuto un grosso clamore, per le reazioni suscitate dalle inevitabili presenze celebri, durante esequie e momenti collettivi di cordoglio. Poco, però, si è detto in termini politici, su un personaggio che è difficile liquidare in poche battute e che è, forse, impossibile estromettere da una rappresentazione programmatica della Destra italiana, anche di questi anni, pur essendosi, ormai da circa un decennio, eclissatasi la grande popolarità mediatica, di cui pure l’ex segretario del Movimento Sociale Italiano aveva, a tratti, goduto.
La storia politica di Pino Rauti, anche all’interno di quella, più sfaccettata delle apparenze, del Movimento Sociale, è particolarmente singolare: fautore di una declinazione “da Sinistra” (cioè, in movimento) del Fascismo e della sua dottrina, rappresenta, anche nel periodo “aureo” (di consenso e organizzazione) almirantiano, una nicchia, una visione quasi ereticale, acculturata, tenace, nient’affatto preoccupata dal presentarsi debole e minoritaria.
Sorvolando sulle vicende giudiziarie che riguardano l’Estrema Destra in Italia, dagli anni Cinquanta a tutti i Settanta (e in cui Rauti fu spesso coinvolto, ma non sempre opportunamente, stando alle stesse risultanze giudiziarie), il Movimento Sociale Italiano in cui si afferma la figura di Pino Rauti è, probabilmente, l’assetto politicamente più “sperimentale” del Movimento medesimo: vi sono le edizioni giovanili dei “Campi Hobbit”, sorta di grande vicenda aggregativa dei giovani della Destra -dove si tenta di produrre, da Destra, un pensiero femminista e una critica sistematica alle strutture economiche e giuridiche della società italiana; vi è la grande esplosione di popolarità del Fronte della Gioventù, organizzazione politica che può permettersi significativi profili di autonomia rispetto al partito e una carica elaborativa oggettivamente più libera e articolata della compagine partitica nazionale. Tuttavia, in questo frangente, la corrente rautiana non è egemone nel partito, pur affermandosi, appunto, in modo più spiccato nei paralleli raggruppamenti giovanili (i quali, trovarono, tra il 1977 e il 1978, una più decisa sponda politica in Massimo Anderson).
Rauti, per almeno un trentennio, è contemporaneamente interno ed esterno alle vicende del più grande partito della Destra italiana: si smarca sovente da esso e dalla sua linea ufficiale, ma è proprio all’interno di quella interlocuzione che trova la maggior cassa di risonanza. Quando la sua linea, all’opposto, riuscirà tardivamente ad affermarsi (all’inizio degli anni Novanta), la critica al Pentapartito e il tentativo di reinventarsi, in un sistema tendente a una laboriosa trasformazione maggioritaria, non si riveleranno sufficienti a fermare l’emorragia elettorale, lasciando alla Costituente di Alleanza Nazionale aggregare altre componenti conservatrici in Italia (destra democristiana, destra liberale, personalità estranee ai vecchi schieramenti, ma vicine all’impostazione politica di Gianfranco Fini, che ha guidato la “svolta” di Fiuggi, verso il gioco di coalizione, la cardinalità rappresentativa in un sistema di governo e alternanza, l’abbandono di ritualità proclamative ormai inattuali).
Negli anni della “Fiamma Tricolore”, che non riesce a rivivificare gli antichi fasti, la posizione politica di Rauti appare meno attrattiva, forse, paradossalmente, perché sempre meno in dialettica con altre componenti interne, con le quali (anche nella successiva esperienza del Movimento Idea Sociale) lo scontro è sempre più, o spesso esclusivamente, correlato alla identificazione della pretesa ortodossia della linea, senza suscitare il coinvolgimento di un tempo, o la capacità di proporlo nel più vasto dibattito nazionale.
La storia di Rauti è dentro quella del Movimento Sociale Italiano e del suo processo di evoluzione nella politica italiana: per lungo tempo, da minoranza attenta, da critica interna, o da componente fuoriuscita, è pungolo importante in un partito che oscilla permanentemente, ma con una certa coerenza garantita dal carisma almirantiano, tra il raccogliere un coeso consenso dell’opinione di Destra in Italia e il retaggio non velatamente antisistema, destinatario di una palese scomunica dal cosiddetto “arco costituzionale”, che approfondì il concetto di “conventio ad excludendum”, immaginato per i comunisti, proprio nei confronti della Destra sociale italiana. Difficile dire se questa natura ambivalente abbia ostruito o, piuttosto, favorito, la formazione di una classe dirigente e di una tipica collocazione elettorale di Destra in Italia, estremizzandone la prospettiva, ma al contempo garantendone la continuità. Quel che è certo è che ciò che resta di quella storia, pare meno nobile e propositivo da guardare: una corrente ondivaga rimasta nel PdL, partito largamente maggioritario a Destra, ma in permanente crisi di consenso; una corrente assai più concentrata sui contenuti, ma meno decisa e distinguibile, sul piano organizzativo e mediatico (Futuro e Libertà); un nucleo, più ridotto, eppure non casualmente in grado di intercettare una certa appartenenza tradizionale della Destra Sociale in Italia, impegnato nel progetto di Storace.
Tre impostazioni che, pur richiamando le antiche correnti, sembrano averne smarrito la capacità di posizionarsi sul piano alto dell’alternativa politica.
foto: corriere.it
Domenico Bilotti

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