MIMMO NORCIA, L’EREDE DELLA SUBLIMAZIONE DELLA MATERIA

Ripercorrendo la storia recente della scultura pugliese, sorprende come questa terra abbia prodotto così pochi artisti attenti alla sublimazione della materia.  La storia dei Calò, degli Spizzico, del primo Paradiso, di Spagnolo non è sufficiente a colmare la lacuna.

Mimmo Norcia, artista foggiano, ha questa tradizione alle spalle. Il filo più diretto è quello che lo ricollega ad Aldo Calò: in comune hanno la tensione costante tra moderno e tradizionale, la materia è il legame concreto con la realtà, l’uso di diversi materiali assicura un rapporto complesso con le qualità strutturali e morfologiche del reale.Le diverse materie presuppongono processi diversi di lavorazione ed esiti differenti, la cui somma consente a Norcia di esprimere la complessità del mondo esterno. Ciò che lo scultore non affida alla figurazione è reso della espressività dei materiali, nei quali resta spesso irrisolto il rapporto tra forma e non forma, massa e spazio.

La storia di Norcia scultore ha inizio all’interno delle poetiche astratto-concrete. La sua scultura si affranca da un rapporto mimetico col mondo per affidarsi ad altri valori, simboli e plastici. Forme che hanno depurato l’originario rapporto figurativo per approdare a modelli astratti, se pure allusivi, a spunti tratti dal mondo animale, umano, sociale. È il pericolo delle sculture polimateriche. Il linguaggio plastico declina i valori della spazialità, la scansione delle masse, ora esili ora massicce, si sviluppa nell’equilibrio plastico tra pieni e vuoti. La linea è curva e morbida, rimanda al mondo organico. Dopo, i ritmi si fanno più tesi e serrati. Subentra un’attenzione diversa per i valori geometrici.

Nell’ultima produzione Norcia ritorna alla figura. Al suo interno recupera valori arcaici e solenni, quasi un ritorno alla statuaria classica. Ma il recupero è provocatorio. I dettagli della figura, i suoi ornamenti ripropongono la dialettica tra nuovo-antico che già impregnava le sue sculture astratte. La ricerca plastica si arricchisce di un nuovo spessore, è l’intarsio sulla superficie della materia, che si riempia di significati allusivi e simbolici. Le opere di  Norcia possono essere lette, specie quelle attuali, nel segno di una felicissima ambiguità ove l’elegiaco non si sposa necessariamente con il classico ma entra in sintonia con la più quotidiana delle realtà, con le sue figure e le sue immagini. Non manca una componente ironica che, dell’ironia,ha tutta l’aderenza e il distacco, l’eleganza e la pungente inquietudine. Si direbbe che Domenico Norcia abbia finalmente raggiunto la straordinario ma periglioso equilibrio fra sperimentazione formale ancora aperta e volontà di sospeso racconto a cui ha teso fin da principio in virtù di quella “educazione alla sintesi” che gli consente di proporre in una immagine quieta e coerente tutti i segni dell’incoerenza possibile. È sorprendente, ad esempio, come lo scultore riesca ad inserire la nota oggettualistica (il rasoio, l’anello) o decorativa (il ricamo graffito nella carne levigatissima di una gamba) nel più rigoroso, ma ormai del tutto improbabile, contesto “classico”.

Norcia recupera valori arcaici e solenni, quasi un ritorno alla statuaria classica. Ma il recupero è provocatorio perché ferma al nostro improbabile presente la fluttuante irrealtà dei rimandi di memoria. Una operazione, questa, che solo agli artisti veri riesce quando sono in stato di grazia e riescono a parlarci il linguaggio della più affascinante ed inattuale attualità.

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