LABIRINTO DI MIELE LA SUA PELLE, ODORE DI FUMO PER I CAPELLI DI SPUGNA

La fierezza dell’appartenenza italiana ha trovato, a Nizza, una rara oasi di indipendentismo politico, anarchismo culturale e, preteso o malinteso, municipalismo giuridico. La Dea della Costa Azzurra, del resto, non ha più, oramai, diffuse pubblicazioni in lingua italiana e gran parte della popolazione di origine piemontese e ligure ha fatto da tempo ritorno in Italia (almeno dalla annessione del 1860 fino al Secondo Dopo-Guerra). Non stupisce, però, che il progressivo abbandono di quella rivendicazione etnica, geografica, quasi antropologica, non sia stato rimpiazzato da una paritetica assimilazione all’ideologia francese: il carattere apparentemente apolide di Nizza è in realtà dono della sua irriverenza e della caratteristica, ombrosa, autonomia della sua storia.
Il regista Jean Vigo vi realizzò lo splendido e sperimentale documentario “A proposito di Nizza”: partendo dalla tradizione delle avanguardie, riusciva ad anticipare temi del neorealismo, mescolando la nobiltà nizzarda dell’edonismo a quella antagonista delle bevute sbagliate, dei locali fumosi e dei sobborghi resi inaccessibili dalla planimetria scontrosa del centro storico, rispetto alla distesa azzurra e senza fine e senza tempo del “lungomare degli Inglesi” -omaggiato dal parallelismo con afrodisiache bellezze femminili, in certi squarci di Le Clézio, cui col titolo di questa cronaca proviamo ad accostarci.
L’ispirato Marcel Carné vi diresse parti importanti “Les Enfants du Paradis”. Si noti come l’ideal-tipo nizzardo sia più forte delle traduzioni di comodo: in Italia, la celebre opera uscì come “Amanti perduti”, disvelando un eccesso di drammaticità che la sensualità del film riusciva a bilanciare nel viavai di guitti e saltimbanchi (del teatro, ma ancor più della vita vera); tuttavia, “Les Enfants du Paradis” è la condizione di tutti i veri amanti: la loro bellezza pesca nella condizione paradisiaca che si trasmettono, la loro innocenza ha bisogno di futuro. E “Les Enfants du Paradis” indica, per contrasto, gli spettatori del loggione, gli ultimi arrivati, quelli che scrutano, con l’animo di prenderselo, lo spettacolo che ammirano.
Qui, inoltre, la Chiesa russa di San Nicola: più che imitazione in sedicesimi della Cattedrale sulla Piazza Rossa, è, semmai, la sua ostinata trasposizione nel pieno dell’Occidente, scenario di nobili che tradizionalmente stemperavano il rigore dell’inverno in Costa Azzurra e che poi vi trovarono rifugio quando la mannaia e l’infamia di uno stalinismo repressivo e privo di costrutto presero a decimare ogni esperienza dissenziente.
La Piazza Garibaldi e la Andrea Massena tradiscono le origini di molte abitudini locali, ma esse sono sempre più rielaborate con tipicità: il Carnevale di Nizza non rimanda solo alla consueta allegoria di carri, riuscendo ad esprimere una dimensione di mercato, di festa popolare e tradizionale, di festosità collettiva, che richiama in buona misura le poche pagine lievi della Notre-Dame di Hugo. Eroina locale è Caterina Segurana, ritratta in vari modi -e in realtà difficilmente come bellezza-, combattente che aizzava alla resistenza contro i Turchi nel XVI Secolo. Pur a rischio di banalizzare: la forza dell’appartenenza contro le mire di tutti i Solimano della storia. Matisse morì a Nizza e Paganini dovette invano cercarvi l’eterno riposo, perché giudicato non degno di sepoltura italiana per la persistente condotta anti-religiosa (cosa di cui tutti ebbero, in breve, il modo di pentirsi). E già tali convergenze ci dicono e rivelano qualcosa, quasi quanto il tramonto lapislazzuli che s’ammira dalla Collina del Castello.
Pregna d’umore del Mediterraneo, ma di autarchia profonda.
 
Domenico Bilotti

foto: guardian.co.uk

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