REQUIEM PER IL “SECOLO”

Le testate di partito, in Italia, hanno storicamente sempre prevalso sulle riviste d’opinione: lo stato dell’arte della nostra editoria consuma in questo assunto la propria anomalia.

In questa nobile famiglia di giornali, periodici e bollettini, è poco più che una formalità indicare “l’Unità”, “Avanti!” e “Secolo d’Italia” tra le pubblicazioni più care ai militanti dei rispettivi partiti, quello comunista, quello socialista e quello del movimento sociale.

La situazione è sostanzialmente progredita, secondo le letture più ottimistiche, quando sin dagli anni Ottanta, era parsa inevitabile la vera e propria duarchia tra Repubblica e Corriere della Sera: quotidiani di grande diffusione, d’un certo impatto, slegati dal vincolo statutario con un partito, ma non per questo restii a schierarsi, laddove ne avessero ravvisato l’opportunità e l’utile. In quello stesso decennio, le televisioni commerciali frantumavano ulteriormente un sistema informativo nazionale fondato su agenzie rappresentative tradizionali come i partiti politici, determinando, più di quanto si creda, le condizioni di possibilità ed esistenza di quella che chiamiamo “Seconda Repubblica”.

Il modello del “partito ad personam” ha anch’esso bisogno più d’un giornale d’area, direttamente riferibile alle idee del leader, che non d’un foglio di partito, troppo attento a complicati calcoli di dialettica interna. Senza il Secondo Governo Berlusconi, difficilmente, il Fatto sarebbe nato: la sua ragione fondativa era quella d’esser quotidiano intenzionalmente d’opposizione, rispetto alla politica giudiziaria degli esecutivi di centrodestra, in nome di una certa interpretazione dei valori costituzionali e dello stato del sistema politico. E si ricordi pure che i quotidiani della famiglia Berlusconi, per quanto abbiano potuto ospitare anche posizioni “eclettiche”, sono divenuti riferimento, essenzialmente, di una fascia di lettori che già si aderiva, manifestandovi diffuso consenso, alla politica del Cavaliere.

La scomparsa dei partiti “formali” della Prima Repubblica, ma non dei loro interessi sostanziali, non ha eliminato le loro pubblicazioni; anzi, ha consentito che esse dovessero mano a mano aprirsi a spazi elaborativi sempre più ampi, a posizioni articolate e non riconducibili a quelle d’una linea portata avanti una volta per tutte.

Il “Secolo d’Italia” non può che essere ritenuto capofila di questa strategia che, bisognerà riconoscere, ha avuto delle tipicità oggettivamente non confutabili, persino oggi, mentre l’attuale direttore, Marcello De Angelis, spiega che l’esperienza editoriale del Secolo non sarà più su carta, ma solo via web -e si aggiunga: un buon sito, che comunque verrà all’uopo ampliato e rinnovato. Ci sono evidentemente ragioni di borsa dietro casi di questo tipo. Il “Secolo d’Italia”, persino per chi non venga da quegli spalti, ha avuto più di qualche nota di merito.

Dalla sua fondazione e per tutti gli anni Ottanta, il “Secolo” ha dato voce a ragioni di parte, altrimenti molto ostracizzate: negli anni Sessanta, l’antifascismo dell’arco costituzionale aveva esaurito la propria spinta liberatrice, ma il pregiudizio verso la produzione culturale non s’era estinto e, anzi, obliava talune esperienze di vero interesse. C’era una idea di Destra politica molto diversa dalla rigida compartimentazione nel Movimento Sociale Italiano e, in realtà, più vasta, più introspettiva, del tutto svincolata dai ritmi del consenso elettorale: il “Secolo” ha affrontato decorosamente questo possibile distacco, pur essendo organo ufficiale del Movimento Sociale e pur impostando la propria foliazione, anche nei temi più distanti dal caldo agone politico, secondo criteri ben precisi. Personalità come Giovannini, o le nuove leve che giungevano dal maggior eclettismo metodologico del Fronte della Gioventù (e poi anche di Azione Giovani, l’organizzazione giovanile della “nuova” Alleanza Nazionale), o, ancora, gli editoriali di Giano Accame sulle insoddisfazioni che si palesavano nel processo verticistico di integrazione europea… vanno ricordati come frammenti di un discorso politico che ha sempre puntato all’autoliberazione delle proprie istanze e alla loro capacità di divenire mordente coessenziale alla determinazione degli equilibri nazionali. Sfida sovente fallita nelle contingenze esteriori, ma questo è ben altro discorso…

La testata ebbe una propria, ulteriore, palese, ribalta sotto la direzione di Flavia Perina. Probabilmente, quella direzione ebbe il merito di investigare questioni che meritano assoluto impegno e sforzo “creativo”, dai diritti civili alle espressioni culturali più antagoniste e meno “premasticate”, sebbene, nel ricordo di tanti militanti delle varie filiazioni dell’MSI, la si ritenesse persino troppo divisiva, troppo “avanguardistica”. Oggi, la rivista è diretta da Marcello De Angelis, pur contesa tra le troppe anime di quel che aveva sostituito il Movimento Sociale (ampliandone oltre ogni previsione le forze), Alleanza Nazionale, nonché completandone il percorso nella società italiana.

A questa direzione è toccato l’ingrato compito della messa online e dell’abbandono del cartaceo, ma non per questo potrà demordere dal continuare a rappresentare le istanze di una voce interessante per la comprensione di certa storia politico-culturale di questo Paese. Grazie alla quale, per inciso, anche graffi sul muro come “Liberté pour les camarades” hanno valicato i confini angusti delle appartenenze e dei veti incrociati, per fondare un lessico alternativo trasversale.

foto: pistolato.wordess.com

 Domenico Bilotti

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