TUCIDIDE: la medicina in prestito alla storia?

Una figura affascinante della letteratura greca del V secolo a. C. è quella dello storico e scrittore Tucidide, l’oligarca imperfetto, come è stato definito dal Prof. L. Canfora nel suo incantevole scritto, in cui delinea le motivazioni che rendono misteriosa e meritevole di elogio l’immagine dell’ateniese che visse in un momento cruciale per la città greca.
Un aspetto interessante dell’opera tucididea sulla guerra del Peloponneso è la sua connessione con l’approccio di indagine della medicina del tempo, quella contemporanea di Ippocrate, tanto da poter, non a torto, osare considerare lo scrittore ateniese anche il fondatore del moderno metodo scientifico di ricerca.
Alcuni cenni al suo, a mio parere indiscusso, capolavoro mi paiono fondamentali: chi si imbatta nella lettura della Guerra del Peloponneso per la prima volta nota immediatamente il proposito di narrare le vicende di una guerra “grandissima”, una dichiarazione che non corrisponde, nelle righe successive, a verità. Alla narrazione di come, nel tempo, le potenze ateniese e spartana si siano sviluppate e alle successive attente descrizioni dei prodromi della guerra, segue, infatti, la cosiddetta Pentecontetia, una digressione che si salda coerentemente con il punto finale dell’opera dello storico Erodoto. Ancora una lunga digressione svia l’attenzione del lettore dal racconto sulle ostilità, a tal punto che non stupisce la riflessione da parte di chi, come Dionigi di Alicarnasso, ritenne gli inizi dell’opera “scritti male”. Oggi, è possibile affermare, secondo la risoluzione del “problema” indicata dallo studioso Ziegler, che Tucidide, resosi conto dell’importanza dell’evento che avrebbe, in effetti, sconvolto in maniera definitiva gli assetti politici e sociali del mondo greco, decise di dedicarsi alla scrittura della “grandissima guerra”, tralasciando il materiale di ricerca già raccolto e che confluì, ad esempio, nella prima parte dello scritto.
Come descrivere un evento di tale portata?
Decisiva risulta, per la risposta alla questione appena posta, l’amplissima descrizione della peste che colpì Atene nell’estate del 430 a. C. e che contagiò anche lo storico. Efficace e dettagliato il racconto, accompagnato da una notevole competenza medica, che fornisce un ritratto impressionante di sfacelo e di distruzione, che sconvolse tutti gli abitanti dell’Attica. Merita un cenno il fatto che la descrizione della peste, nelle pagine del De rerum natura di Lucrezio, anche se per scopi diversi, sveli come l’evento divenne uno scenario ideale per ambientare tanta letteratura successiva.
Come mai una tale precisione nell’opera dell’ateniese?
In realtà, dicevo, nella visione tucididea, c’è un nesso profondo tra l’indagine medica e l’indagine scientifica della politica. Il metodo di lavoro, direi sperimentale, dello storico si fonda su quello della medicina di Ippocrate, secondo la quale, come si evince nel libro intitolato Пρογνοστικόν, alla storia del medico è inerente non solo l’anamnesi, ma anche la πρόνοια: non si tratta di una profetica visione, ma della somma della conoscenza ottenuta mediante l’indagine del passato e del presente, e volta verso l’avvenire; il medico non è, perciò, un μάντις e il suo sapere è laboriosamente acquisito, non frutto di ispirazione divina.
Allo stesso modo il fatto storico è come un malato; sul fatto, come su un malato, si conduce, secondo Tucidide, un’anamnesi sulla base dei sintomi-indizi, τεκμήρια (cfr. proemio tucidideo I 3), per giungere a dei risultati, solo dopo aver sottoposto a prova e a successive verifiche i dati acquisiti.
L’identità di approccio, sul piano del metodo, tra indagine medica e indagine storico-politica, come nota il Prof. Canfora, risulta con chiarezza dall’accostamento di alcune dichiarazioni collocate in punti cruciali del racconto: “[Premessa alla descrizione della peste]: Intorno al contagio ciascuno potrà esprimere la sua opinione, medico o privato […] Io ne descriverò la natura e i sintomi in base ai quali uno possa, se ritorna, riconoscerlo, essendone avvertito. Presupposto della mia esposizione è che io stesso fui affetto dal morbo, e vidi altri ammalati” (II 48, 3, traduz. di L. Canfora).
Tucidide svela il segreto del suo approccio metodologico: investigare, ζητει̃ν, e non ƒστορει̃ν come per Erodoto. Tucidide, dunque, vuol dare nel modo più chiaro l’immagine di sé come di un medico e trasferisce lo studio dei “sintomi” all’ambito umano in generale.
«Previsione (pronostico), segni (sintomi), diagnosi: sono gli strumenti adottati da Tucidide per l’analisi dei fatti umani», sostiene il Prof. Canfora, e sono gli strumenti della nuova medicina affermatasi in Atene nell’ultimo trentennio del V secolo in forte polemica contro la vecchia medicina magico-divinatoria, fondata su affrettate analogie.
Un po’ come dire: la medicina si presta all’indagine storica e imbocca la strada dell’indagine scientifica sperimentale.
Chi può non concordare con la definizione della civiltà greca come un “miracolo”?

Maria Filomena Cirillo

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