IMMIGRAZIONE E GLOBALIZZAZIONE AL CENTRO DEL DIBATTITO FORENSE

Delle grandi sfide che globalizzazione e immigrazione stanno ponendo alla società contemporanea, si è discusso venerdì scorso nell’Aula “Gaetano Contento” della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bari, nell’alveo di una serie di incontri formativi organizzati dal Commentario del Merito, coordinato dall’avv. Giuseppe Basciani. L’evento concerneva il tema, quanto mai attuale, “Dalla riduzione in schiavitù alla tutela delle donne e dei minori. Reati e scriminanti e culturali”.

I saluti, quelli accorati e sentiti dell’ avv. Roberta De Siati, Presidente del Comitato Pari Opportunità dell’Ordine degli Avvocati di Bari, il cui precipuo obiettivo è sempre stato la rimozione delle discriminazioni di genere e di ogni altro ostacolo che limiti di fatto l’uguaglianza delle donne.

Il dibattito, moderato dall’avv. Guglielmo Starace, il quale ha portato i saluti del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati, è stato aperto dall’avv. Vera Valente che ha evidenziato la rilevanza giuridica della diversità culturale, patrimonio valoriale entro cui si svolge il divenire dell’identità personale e di gruppo. Il ruolo del giurista, secondo l’analisi dell’avv. Valente, è tuttavia anche quello di dirimere i contrasti tra i diritti culturalmente motivati, rivendicati di volta in volta dal singolo o dalle comunità di appartenenza e, soprattutto, di operare un equo bilanciamento volto alla tutela dei diritti inviolabili della persona. La questione è infatti quella dell’invocabilità di una esimente, a fronte di condotte che, tenute in Italia da soggetti appartenenti a etnie e dunque culture diverse, integrano reato per il nostro ordinamento, nonostante siano facoltizzate o imposte dalle leggi o dalla cultura di provenienza.

A seguire l’intervento del Prof. Nicola Colaianni dell’Università degli Studi di Bari, che ha evidenziato le continue istanze di riconoscimento pubblico avanzate dai gruppi etnico-culturali presenti sul territorio. In questo scenario ben può verificarsi il conflitto fra norma giuridica esterna ed interna, così che l’operatori del settore deve trovare la soluzione più adeguata, al fine di favorire l’integrazione nel rispetto dei principi dell’ordinamento giuridico. Il Professore ha dunque proceduto ad una attenta disamina comparatistica dei possibili atteggiamenti nei confronti delle culture cd. diverse, così da verificarne l’incidenza sul rilievo ascrivibile in sede penale. Dal modello assimilazionista alla francese, ispirato alla neutralità dello Stato, sull’assunto secondo cui non va attribuito alcun rilievo all’eventuale appartenenza a gruppi con radici culturali diverse da quelle dello Stato di accoglienza. Al modello multiculturalista all’inglese, che si caratterizza viceversa per il mantenimento di tradizioni e specificità comunitarie, culturali ed etniche, e per il riconoscimento di un trattamento giuridico differenziato. Ricca la giurisprudenza americana addotta, da sempre aperta al riconoscimento della cultural defense. Dalla sentenza People v. Kimura del 1975, che riconobbe ad una donna giapponese l’esimente sulla scorta della difesa dell’oyako-shinju, tradizionale suicidio-omicidio di genitore-figli, per evitare lonta di una famiglia disgregata e disonorata dalla relazione extraconiugale del marito. A quella che applicò l’esimente culturale al caso di utilizzo di sostanze allucinogene da parte dei nativi americani, nel corso di cerimonie rituali Peyote. Ebbene, anche nel nostro ordinamento, “la giurisdizione dovrebbe essere sensibile alle culture diverse”: questo l’auspicio del docente, in ossequio al principio del pluralismo che connota la forma di Stato e che si alimenta proprio dal riconoscimento delle differenze, le quali, come stabilisce l’art. 3 Cost., non debbono essere fonte di discriminazione alcuna.

Sempre più arduo dunque il processo di accomodation tra modelli culturali e giuridici differenti. Difficile il ruolo del giudice, chiamato a colmare il vuoto legislativo di fronte alle sfide del multiculturalismo.

L’ intervento della dott.ssa Francesca La Malfa, Presidente del Tribunale del Riesame di Bari, è iniziato dalla sua profonda esperienza personale di Magistrato, dal ricordo del particolare coinvolgimento nell’emettere le prime sentenze in materia di riduzione in schiavitù e tratta di esseri umani, dai lavoratori del Tavoliere alle ragazze dell’Est. Tutte quelle sentenze, puntualmente confermate dal costante orientamento della Corte di Cassazione, hanno individuato nella gerarchia dei valori delineata dalla Costituzione e nella tutela di diritti inviolabili di cui all’art. 2 Cost. il limite invalicabile all’ascrizione in sede penale di qualsivoglia rilevanza alla situazione di conflitto culturale. In particolare sul versante strettamente penalistico, infatti, il riconoscimento della diversità culturale non può certo tradursi in una legittimazione di gravissime violazioni dei diritti inviolabili della persona.

Anche l’avv. Maria Pia Vigilante ha preso spunto dalla propria esperienza personale, quale Presidente dell’Associazione GIRAFFA Onlus, sorta proprio per costruire buone pratiche e culture a favore delle donne, molto spesso le prime vittime dei cd. reati culturalmente orientati.  L’avv. Vigilante ha denunciato la drammatica emergenza del femminicidio e delle violenze perpetrate in danno delle donne: da maltrattamenti ed abusi sino alla riduzione in schiavitù, la segregazione e le mutilazioni.  In tali casi, è necessario che l’operatore supporti adeguatamente la vittima nel prendere coscienza della propria situazione di assoluta soggezione, nel percorso di collaborazione con la giustizia e di denuncia dei propri aguzzini (anche per scongiurare la rinnovazione del trauma subito, e la cd. vittimizzazione secondaria), nella riacquisizione dei propri diritti di libertà ed autodeterminazione, sino al reinserimento nella società. A tal fine, tuttavia, non occorre solo un cambiamento culturale, ma sono necessarie politiche integrate da parte delle Istituzioni. L’avv. Vigilante ha, invece, ricordato il mancato recepimento da parte dell’Italia di tutta una serie di normative che prevedono strumenti e tecniche di tutela :  dalla direttiva 2011/UE/36, volta ad una più rigorosa prevenzione e repressione della tratta e al contempo ad una più efficace protezione dei diritti delle vittime, anche attraverso la definizione della “posizione di vulnerabilità” e l’esplicita loro non criminalizzazione; sino alla Convenzione di Instambul, ancora non ratificate.

Proprio al fine della più ampia e trasversale tutela della donna e della più efficace strategia di politica criminale, sul finir del convegno, si è acceso il dibattito, in particolare, riguardo alle mutilazioni genitali, pratica criminalizzata dall’art. 583-bis c.p.,  introdotto dalla L.  7/2006.

Il Prof. Colaianni avrebbe auspicato un approccio diverso da quello esclusivamente repressivo.  La sanzione penale stigmatizza già la condotta, esprimendo il disvalore della società. Essa avrebbe dovuto essere accompagnata da una politica del diritto volta alla integrazione nella collettività d’accoglienza e alla mediazione interculturale, per favorire la prevenzione e l’emersione del fenomeno. Altrimenti, il rischio potrebbe essere quello di produrre l’effetto opposto: la clandestinizzazione della pratica, con conseguente aumento di eventuali complicazioni, l’ulteriore emarginazione della donna che trova il coraggio di denunciare e tensioni sociali nei confronti dell’altro, sempre più avvertito come diverso.

Inflessibili, viceversa, la dott.ssa La Malfa, l’avv. Vigilante e l’avv. De Siati. Intransigenti nella tutela  penale dei diritti inviolabili della persona, rispetto ai quali diritti culturalmente orientati non possono che essere negati. Reati di tal fatta non solo ledono l’integrità fisica e psichica con ferite difficilmente rimarginabili, ma offendono anche irrimediabilmente la dignità delle donne e delle bambine.

Vivace pertanto il dibattito, conferma del fermento culturale ed intellettuale di relatori e pubblico.

Ancora una volta, il Commentario del Merito ha consentito, non soltanto un’interessante opportunità di aggiornamento professionale per Avvocati e Avvocate baresi, ma soprattutto l’approfondimento di temi di grande attualità e spiccata delicatezza.

C’è attesa dunque per il prossimo evento, in programma il 24 maggio p.v., sulla RESPONSABILITÀ ex artt. 2043 e 2051 c.c., con Dott. Giovanni GIACALONE, Consigliere della Corte di Cassazione, ed il Dott. Luigi DI LALLA, Presidente -Terza Sez. Civ.- Corte d’Appello Bari.

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