Italia sì, Italia no: la terra dei disoccupati

Ancora dati drammatici dall’ISTAT, con la disoccupazione giovanile al 41,2 %, il massimo storico dalla fine degli anni ’70 in Italia. Indifferentemente dal Nord al Sud dello Stivale sono allarmanti le ultime stime sull’occupazione giovanile, e nonostante le belle intenzioni sulla bocca dei nostri politici, questo argomento delicato è una patata bollente che si preferisce rinviare a data da destinarsi.  La fuga dei cervelli, ma anche delle braccia e dei cuori dei ragazzi e delle ragazze dalla nostra terra è un’arma micidiale che finirà con l’indebolirci irreversibilmente: si tagliano i presupposti al futuro e al progresso. Non c’è occupazione e se non si hanno le possibilità economiche e le idee giuste per poter fare un salto nel buio nel mondo del lavoro un giovane non riesce a realizzarsi. Dopo il diploma molti ragazzi sono costretti ad iscriversi all’università semplicemente per non starsene con le mani in mano. Le aule sono affollate, e le casse derivanti dalle iscrizioni divengono belle ricche. Forse il gioco delle università piace allo Stato: molti studenti disillusi dal futuro o svogliati per una scelta di comodo o una scelta obbligata permangono per molti anni iscritti ai loro corsi di laurea e versano soldi, lacrime e sudore che non troveranno una giusta ricompensa dopo. Nel frattempo, le istituzioni si dovranno sorbire i malumori derivanti da quei pochi, magari menti brillanti, che ce la fanno nei tempi giusti ma che comunque non riescono ad essere assunti. Questo fa comodo, si tratta di piccoli sporadici echi e non di un coro concertato. Risultato: problema rimandato! Non si deve considerare l’abbondanza delle matricole come unico parametro di crescita del nostro Paese. L’università non deve essere per tutti. Non si devono costringere tutti i giovani ad andare a caccia del pezzo di carta per poter avere delle chance nella vita. Non si possono “produrre” categorie satolle di professionisti. Devono tornare ad avere valore i diplomi delle scuole professionali o degli istituti tecnici. Un pezzo di carta se lo si è già guadagnato, e se la qualità degli Istituti superiori fosse seriamente elevata, basterebbero quei  cinque anni per formare un lavoratore del domani. Bisogna mettere nelle condizioni i ragazzi di trovare un lavoro a vent’anni , nella propria terra, per dar loro la possibilità di costruire la propria famiglia e far girare l’economia. Le forze fresche assieme a quelle mature devono essere parte della giostra economica…e non inermi spettatori. Spesso si parla di allargare i confini, di considerarsi “cittadini del Mondo” o “cittadini Europei”, ma perché per poter nobilitarsi bisogna per forza andare via e abbandonare il proprio passato? Perché il desiderio di dignità deve essere travisato e confuso con accidia e inflessibilità?  L’effetto  boomerang non ci ha messo molto ad arrivare, pertanto bisogna mettersi in marcia per cambiare le cose. Non si può darla vinta al pensiero qualunquista del “si stava meglio quando si stava peggio”. L’arrivo ad un punto di non ritorno è frutto di manovre sbagliate operate da piloti inesperti.  Occorrono meccanici per truccare i motori e farci correre più forte.

di: Paola Cascione

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