TRA SPENDING REVIEW E AUSTERITY: QUALE FUTURO PER L’ITALIA?

I termini spending review e austerity, sono vere e proprie parole d’ordine con le quali i cittadini europei da qualche anno stanno imparando a convivere. Politiche economiche imposte dalla Comunità Europea avrebbero (il condizionale è d’obbligo!) lo scopo di riordinare i conti pubblici e far quadrare i bilanci di uno Stato. Ma non solo. Il controllo della spesa pubblica, mediante l’applicazione appunto delle politiche fiscali fatte di tagli e austerità, punta a contenere il rapporto tra Deficit e Pil non oltre il 3%.

Il deficit pubblico (o indebitamento netto) è la differenza tra le entrate e le uscite della pubblica amministrazione durante un anno solare, al lordo degli interessi sul debito pubblico. Nella nota di aggiornamento al Documento di Economia e Finanza (noto come DEF) approvata il 20 settembre ha rivisto purtroppo al rialzo al 3,1% il deficit atteso a fine 2013 contro il 3% previsto dall’Unione Europea. Questo vuol dire ancora sacrifici.

Si tratta di una formula che calcola la percentuale massima di indebitamento cui tutti i Paesi, che rientrano nell’area euro, non devono oltrepassare. Superata tale soglia scattano le sanzioni a carico dei Paesi negligenti.

La ricetta individuata dalla comunità europea per contenere il debito pubblico, in nome della stabilità dei bilanci pubblici, ha provocato di conseguenza il blocco dei salari e stipendi dal 2011, la disoccupazione per milioni di lavoratori che diventano sempre più poveri, i tagli ai trattamenti pensionistici e a fondi per l’istruzione, per la sanità, per i trasporti pubblici, oltre che far registrare performance negative al mondo finanziario facendo aumentare la forbice dello spread (differenza tra BTP decennali italiani e tedeschi): in poche parole una vera compressione della libertà e dei diritti che inevitabilmente aggrediscono la crescita e fa aumentare il debito pubblico.

Le politiche di austerità intraprese andrebbero riviste. Sarebbe opportuno sorvegliare i conti pubblici dei paesi membri con gradualità. Imporre autoritariamente la percentuale massima raggiungibile in poco tempo significa costringere i cittadini a sforzi economici pesanti dove il potere d’acquisto diminuisce sempre più, il peso fiscale a carico di imprese e cittadini aumenta giorno dopo giorno. Esiste una sola strada che i governi e i capi di Stato devono percorrere: la modifica dei trattati UE, ovvero dei trattati di Maastricht, Lisbona e i trattati che ne sono discesi fino ad arrivare all’ultimo Fiscal Compact (non siglato dalla Gran Bretagna e la Repubblica CECA) che detta regole più severe e sanzioni per gli “inadempienti”. L’equilibrio da rispettare non deve essere solo di tipo finanziario, ma deve essenzialmente riguardare l’equilibrio civile della società. Quale prezzo dunque devono pagare i cittadini pur di raggiungere il rapporto del 3%? Prima di tutto bisogna salvaguardare la qualità della vita prima ancora che equilibrare i conti pubblici. Razionalizzare la spesa laddove serve, e non tagliare indiscriminatamente le spese laddove ce ne bisogno.

A fronte di tale indispensabile riforma è necessaria una partecipazione della comunità, interrogare, attraverso la democrazia diretta, il popolo, che propone delle decisioni, avvia delle discussioni costruttive per l’avvenire economico, non sottoposto a politiche fiscali virtuali per volere di alcuni governi, ma che mira allo sviluppo reale dell’economia.

Fare presto per evitare che il Paese perda la rotta per raggiungere l’unità nazionale, prima ancora che quella europea.

Pasquale Soriano

 

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