DOMENICA DELLA SANTA FAMIGLIA

Creati “secondo l’immagine di Dio” che è Cristo, il «generato prima di ogni creatura» (Col 1, 15), lasciamo che lo stupore dei pastori ci renda consapevoli di una duplice filiazione: quella degli uomini e quella di Dio allo stesso tempo, perché siamo stati creati secondo l’esemplare di Cristo, Figlio di Dio e Figlio dell’uomo. Questa verità fondamentale deve entrare nella nostra coscienza. Perciò, subito dopo il Natale, celebriamo la festa della Sacra Famiglia.

La prima domanda che ci poniamo riguarda le  vicissitudini della Santa Famiglia di Nazaret narrateci dall’evangelista Matteo. Con linguaggio metaforico  egli riferisce che c’è stata una rivelazione. Il sogno è un’esclusiva di Matteo ed è un modo per indicare la comunicazione tra Dio e l’uomo. Giuseppe si mostra disponibile a voler  sintonizzare le proprie scelte sulla volontà di Dio. Il sogno biblico è per noi il momento di preghiera, lo spazio contemplativo che, lontano dalla mischia degli uomini, accorda le nostre parole e le nostre azioni rendendole una sola cosa con la volontà di Dio. ‘Sogno’ è l’altra parola per dire preghiera. E qui ci viene indicato un primo messaggio. La famiglia cristiana accorda i propri sogni su quelli di Dio. I suoi membri nell’affrontare problemi e imprevisti si muovono armonicamente; non imprecano contro il destino, così come Maria e Giuseppe non imputano alcuna colpa a Erode o al nemico di turno. Questi sposi, pur avendo progetti e aspettative, hanno dovuto cambiarli per lasciare spazio all’iniziativa sconvolgente di Dio. Le nostre famiglie sono capaci di farlo?

Nel brano evangelico di questa domenica l’evangelista Matteo utilizza per due volte  espressioni significative come «prendi con te» e «prese con sé». Da ciò si evince la piena disponibilità di Giuseppe a mettere in atto ciò che gli viene chiesto. Egli non dice una parola, ma si mette a disposizione di ciò che percepisce come una volontà superiore. La vita di questo umile uomo è una vita donata, perché immersa nell’ascolto e nel silenzio. Giuseppe è un esempio stupendo per tutti i padri di famiglia. E Maria, silenziosa e totalmente docile al disegno divino, lo è per ogni madre.

Un dato fondamentale lo rileviamo da due profezie citate da Matteo. La prima:  «dall’Egitto ho chiamato mio figlio». Si riferisce al profeta Osea e vuole presentare Gesù come nuovo Mosè che conduce il suo popolo verso una nuova terra promessa. Quel bambino contemplato nella grotta di Betlemme è il Messia che inaugura i tempi nuovi del regno dei cieli. La seconda profezia afferma che il bambino «sarà chiamato Nazareno». Nella cittadina di Nazareth che, secondo l’etimologia ebraica significa “germogliare, sbocciare”, è germogliato un virgulto. Ebbene anche nel nostro cuore, carissimi,  può e deve sorgere una Nazareth che faccia sbocciare e crescere il Cristo più “intimo a noi di noi stessi”.

Il messaggio di questa domenica dev’essere per tutte le famiglie anche un punto di non ritorno. I genitori che si dicono credenti devono guardare i loro figli con lo stesso sguardo di san Giuseppe, teso anzitutto a custodire, perché i figli sono persone che Dio ha loro affidato. Essere padre o madre implica la grande dignità di essere collaboratori del Creatore del mondo. Il grande mistero di salvezza comincia proprio dalla famiglia e Gesù ne ha scelta una normale, con tutte le difficoltà ed i problemi che ogni famiglia presenta. Perciò, fin dall’antichità la Sacra Famiglia è venerata come esempio e ideale della famiglia umana, dove cielo e terra si incontrano per ripristinare la pace del paradiso ed il divino e l’umano si baciano per una vita senza fine.

A voi famiglie è presentata la sfida di essere piccola ‘Chiesa’ ad immagine della Trinità Santissima. In voi è riposta la speranza di costruire la civiltà dell’amore.

 

Di: P. Francesco Marino O.P.

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