II DOMENICA DI QUARESIMA

La seconda domenica di Quaresima ci propone l’episodio evangelico della Trasfigurazione (Mt 17, 1-7), ma dovremmo utilizzare il termine metamorfosi per avere un’idea più esatta di ciò che la potenza di Dio opera in Gesù di Nazareth e ciò che può operare in ciascuno di noi.

Sono trascorsi sei giorni dalla domanda posta da Gesù ai suoi discepoli: «La gente chi dice che io sia»? Pietro aveva risposto con prontezza: «Tu sei il Cristo», ma non aveva compreso, come nessuno degli altri apostoli, che Gesù si avviava verso l’oblazione di se stesso, Messia rifiutato e glorificato dal Padre proprio nell’ora della sua morte.
L’episodio della Trasfigurazione giunge a mostrare la metamorfosi di quell’uomo apparentemente fallito, e a proclamare la vera identità di Gesù vero uomo, che è però anzitutto il Figlio di Dio. La sua metamorfosi deve essere anche la nostra, a cominciare da quei momenti di sana solitudine. Ritirarsi per anelare al silenzio, per godere dello stato di calma e di serenità che esso crea, è un’esigenza dell’anima che non possiamo soffocare. Ma è soprattutto la necessaria condizione per comprendere che Gesù, contrariamente a ciò che gli occhi umani sono in grado di vedere e di valutare, è splendore del volto di Dio. L’attaccamento alle leggi e alle proprie convinzioni religiose rende ciechi e duri di cuore coloro che vedono il Cristo passare sanando e beneficando. Ora il Maestro concede a Pietro, Giacomo e Giovanni la gloria dell’Unigenito Figlio di Dio, gloria sancita dalla Legge e dai profeti (simboleggiate da Mosè ed Elia).
Pur consapevoli di non poter cogliere in pienezza l’ineffabile mistero racchiuso in questa splendida teofania, siamo anche certi che Gesù ci insegna a cogliere nell’amarezza della croce e nella durezza della prova, che graffia la nostra pelle, la promessa di essere accompagnati per mano da Lui. Il buio può trasformarsi in luce, se il cuore è disponibile a lasciarsi purificare, per una metamorfosi che giunga a cogliere il Cristo nella sua identità divina.

La voce del Padre proveniente dalla nube (cioè dal Regno di Dio) attesta che proprio quel reietto rivolozionario e innovativo è la sua compiacenza. Dio stesso sigilla il cammino di annientamento e di morte di Gesù, che cela già la gloria della Risurrezione. E noi in Cristo, Servo sofferente, ci gloriamo di un cammino di croce gioiosa, perché affacciata sul parapetto dell’eternità.

L’evangelista Matteo può garantire per noi che il Gesù di cui ci parla -proprio Lui!- è il Figlio di Dio. Dal suo porci dietro di Lui in spirito di filiale obbedienza comincia la nostra Risurrezione, che è sempre anche metamorfosi della nostra persona.
Il Signore Gesù ci conceda di trasfigurarci, per passare dallo stato di bruchi, ignari della luce, a quello di farfalle luminose. Poiché è solo all’interno della nostra anima che la bellezza può venir fuori, rivelando l’immagine di Colui che ci ha creati.

 Di: P. Francesco Marino O.P.

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