UN PO’ DI STORIA D’ITALIA

Se l’Italia volesse essere veramente grande, dovremmo iniziare da far grandi gli Italiani. Quando si unì l’Italia, i Piemontesi non pensarono ad unire gli Italiani, ma a dividerli con la famosa Legge 15 agosto 1863 n. 1409 detta Legge Pica.

Ma chi era costui? Ecco una breve nota tratta dall’Enciclopedia Treccani:

Pica, Giuseppe

“Patriota e uomo politico (L’Aquila 1813 – Napoli 1887). Si laureò in giurisprudenza a Napoli ed esercitò la professione forense. Per le sue opinioni liberali venne arrestato nel 1845, ma dopo otto mesi di prigionia venne rimesso in libertà. Deputato al Parlamento napoletano del 1848, fu di nuovo arrestato nel giugno dello stesso anno per le sue critiche alla monarchia; nel 1852 fu processato e condannato a ventisei anni di lavori forzati. Graziato nel 1859, fu tra coloro che, invece di arrivare in America come il governo borbonico aveva predisposto, costrinsero la nave che li trasportava ad approdare in Irlanda e di là si recarono a Londra. Liberato il Mezzogiorno, fu eletto nel 1861 deputato nelle file della Destra. Il suo nome resta legato alla legge da lui proposta nel 1863 per la repressione del brigantaggio nel Mezzogiorno (la cosiddetta legge Pica rimasta in vigora fino al 31 dicembre 1865). In base a tale legge le provincie del Sud dichiarate in «stato di brigantaggio» furono di fatto poste in stato d’assedio, vennero istituiti tribunali militari e autorizzate fucilazioni immediate dei ribelli. Dal 1873, con la nomina a senatore, ridusse l’impegno politico”.

Altri commenti sembrano superflui. La Monarchia Borbonica aveva visto giusto. Definirlo patriota è un appellativo prettamente di parte, visto che grazie alla sua legge ed all’attività frenetica dei Bersaglieri di Cialdini riuscirono a compiere crimini efferati. Di seguito le cronache delle stragi di Pontelandolfo e Casalduni (Benevento) compiute dall’esercito piemontese:

“All’atto della proclamazione del regno d’Italia vi sono rivolte in tutto il Sud contro gli occupanti piemontesi. La notizia dei moti di Casalduni, dove in un combattimento contro gli insorti muoiono 45 soldati piemontesi, arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni: «Eccellenza, Quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d’Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell’abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d’esempio alle altre popolazioni del sud»

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni “non rimanesse pietra su pietra”. Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

All’alba del 14, Pontelandolfo è circondata. Dopo che un plotone, accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali collaborazionisti da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un’ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. Il soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è fucilato anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro; con il figlio in braccio, mentre scappa, è bloccato dai militari, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° bersaglieri, così descrive quell’episodio: «… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l’incendio e lo sterminio dell’intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un’intera giornata: il castigo fu tremendo…».

Due giovani, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un’Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all’Università di Napoli e si avviava all’avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiedono un prete per l’ultima confessione, ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L’avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l’eccidio durano l’intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all’altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le ostie sante sono calpestate. Le pissidi, i voti d’argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro, sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in paese solo qualche malato, qualcuno che non crede ad una dura repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messa a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati, il Melegari ordina al tenente Mancini di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio, ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo. Il “Popolo d’Italia”, giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell’eccidio, destando l’indignazione persino del giornale francese “La Patrie” e dell’opinione pubblica europea. Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini: “Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.”.

Diceva Leonardo Sciascia: “Questo è un paese senza memoria e io non voglio dimenticare”. E per non dimenticare crediamo sia giusto e doveroso ricordare quelle vittime innocenti dell’eccidio di quel lontano 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni.

Dobbiamo ricordare, come le Fosse Ardeatine, anche in questi Paesi si sono compiuti misfatti che dobbiamo commemorare. I Bersaglieri di Cialdini hanno sterminato interi paesi.

Dal 6 al 9 agosto del 1860, 154 anni fa, a Bronte, Nino Bixio, su mandato di Giuseppe Garibaldi, si rendeva protagonista di un atto scellerato ed infame che la storia, quella vera e non quella paludata della storiografia ufficiale e scolastica, ci ha tramandato e condannato come “l’eccidio di Bronte”.

Ciò val bene per ricordare e non dimenticare su come i “liberatori” quali Nino Bixio intendevano trattare i siciliani e soprattutto, i contadini illusi dalla promesse dei decreti garibaldini sulla assegnazione delle terre, convinti che, finalmente, con l’arrivo di Garibaldi e delle camicie rosse potessero legittimamente essere garantiti i principi di libertà e di giustizia sociale.

Ancora oggi i cittadini meridionali sono maltrattati e delusi. La storia continua  con la terra dei fuochi, con l’immondizia delle industrie del nord che vengono smaltite nelle campagne del meridione. Il sud è ancora terra di conquista, in un modo o un altro.

Non è l’Unità nazionale che bisogna mettere in dubbio, ma l’esaltazione di certi criminali che muove lo sdegno dei meridionalisti. Si dica finalmente la verità sul cosiddetto Risorgimento. Basta con le bugie di regime. Bisogna restituire la dignità al Regno delle due Sicilie che era un vero Regno con un Re degno di questo nome, che lo stesso Garibaldi riconobbe come un Re degno di portare questo nome. Anche Giuseppe Verdi scrisse il primo Inno degli Italiani ispirandosi alla figura di Francesco II di Borbone, che aveva già fatto sventolare il Tricolore con sul bianco il glorioso simbolo dei Borbone, famiglia reale di gran lunga più nobile di tutte le famiglie reali d’Europa. I Borbone sono discendenti di Re da Clodoveo, dai Merovingi. Nessuna altra famiglia reale esistente ed esistita può vantare un così alto lignaggio, legata anche ad una apertura mentale unica. S.A.R. Francesco II disdegnava la guerra, rispettava la popolazione. Concesse una Costituzione tra le più liberali del tempo. Andando in esilio via da Napoli non portò via nessun tesoro, ma solo il ritratto della Madre. Andò via come un Napoletano, come Lui si sentiva, lasciando il tesoro del Banco di Napoli ai Napoletani. Appena fuori, dietro mandato dei Savoia, il prefetto di Napoli organizzò la neo polizia con i capi camorristi. E ci si meraviglia che i governi d’Italia siano collusi con la delinquenza organizzata?

Garibaldi non è mai stato uno stinco di santo. Bandito ricercato da polizie di mezzo mondo, stupratore ed assassino ( la sua compagna Anita la concupì dopo averne ucciso il marito), ha comunque riconosciuto la lealtà del Re Borbone. Infatti, nonostante i servigi resi al Sabaudo Ignorante ( Vittorio Emanuele II non sapeva nemmeno cosa fosse un bidet, oltre a non saper parlare nessuna lingua se non il piemontese) l’amata città natale Nizza, viene ceduta all’odiata Francia. Ben gli è stato. Chi è causa del suo male pianga sé stesso.

Però a questo punto ritornare indietro è antistorico. Bisogna andare avanti con la prospettiva del grande Francesco II che voleva una unione tra tutti i Fratelli d’Italia federati sotto una unica Bandiera, ampliando il concetto di Federazione all’Europa, continente che gode di una miracolosa pace da sessanta anni e che deve unirsi ancora di più.

I morti di tutte le guerre e di tutte le bandiere devono avere l’onore di essere commemorati ed onorati perché sono morti per un ideale, giusto o sbagliato e la Storia, quella con la S maiuscola deve scrivere la Verità, affinché chi la studi e la legga possa apprezzare la bellezza della pace e la necessità della fratellanza tra tutti i Popoli.

di Roberto Abbattista

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