DOVE NON C’E’ GUERRA.

Oggi volevo svegliarmi prima.
Sono alcuni giorni che non ci riesco.
Sta spirando un vento che non solleva polvere, che non piega gli alberi, che non spegne il fuoco, che non sposta le tende, che non allontana il pallone, che non toglie calore.
Che non trascina via, ma porta con sé.
Lui non mi getta sul ciglio di una strada o nel nascosto dei cespugli. Mi sta sospingendo – su, coraggio – verso un posto dove si può sperare, ricevere un po’ d’amore, in cui si è più liberi di amare.
Non liberi ma, almeno, più liberi.
Amarsi un po’ e di più, quella soluzione quasi banale a tutto.
Che sta bene su tutto. Come il nero o il blu.
Sarebbe una vittoria.
Se almeno un cuore duro riuscisse a schiudere il freddo ed amare un po’, se solo un cuore ferito possa sanare le piaghe ed amare di più. Amare ancora.
Soltanto, non ci sono trofei in palio. Nessuno a premiare, dopo la passerella dei vinti. E’ che, anche e soprattutto, non ci sono vinti. Non c’è battaglia. Non c’è guerra.
La guerra si vince, c’è qualcuno da sconfiggere.
Forse, per questo la fanno.
Quegli omìni che muovono soldatini di piombo e piazzano bandierine come tende al mercato. Chissà se ricordano di essere stati bambini e se, nella loro testa, facciano ancora, con la bocca, i rumori di armi e carri armati. Aeroplani e bombe.
Quel posto in cui vorrei stare adesso non è Kinshasa o Kigali, Lagos o Beirut, Gaza o Timor, Kabul o Kiev, Damasco o Baghdad né tante altre.
Eppure, il Canto delle Sirene mi ci avvicina.
Anche le loro storie sono storie. Come tali, portate dal mare.
E’ un mare bellissimo. Ma, soprattutto, sincero. Non nasconde ciò che l’uomo non vuol far sapere.
In quel posto non c’è la guerra. E’ finita tanti anni fa. Era un’altra guerra. Forse no. Che le guerre si somiglino non è certo.
Si somigliano, però, i bambini. Sono belli, sembrano tutti uguali quando sono piccoli. E’ così che si dice, ad esempio, incontrandosi al parco con i passeggini ed un figlio di poco più grande attaccato alla gonna di mamma.
Anche quando muoiono, si somigliano. Ma la loro bellezza, almeno fuori, è distrutta. Qualcuno ha deciso che A’isha non dovesse fare la modella da grande, che Abu non potesse recitare la sua poesia a scuola, che Mohamed non potesse calciare il suo pallone e sognare il Maracanà, che Irina non dovesse soffiare le candeline, che Rut non festeggiasse la sua Pasqua e che un bambino rimasto senza nome avesse una sepoltura umana accanto a mamma e papà.
Qualcuno ha messo in croce i loro sogni.
Risorgeranno. Un bambino ne sorriderà. E vivrà.

Buon cammino.

ALESSIO CHRISTIAN PANICO (ULISSE)

15 agosto 2014.

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