PRECARIATO

Patrizia era una precaria di Pomigliano.

Era. Ma non è stata assunta. Era, perché se n’è andata. Ha emigrato altrove. In un posto nel quale si è a tempo indeterminato. Dove non si resta una vita intera appesi alla fune sfilacciata di una graduatoria avulsa e dove non si fa domanda ma, chissà, si trova qualche risposta.

Tempo indeterminato. Mi fa frullare varie riflessioni.

Una di queste è che, quando si verifica, è sempre più cosa rara e che, poi, si esulta per un qualcosa che è definito come ‘a vita’. Come si lavorasse e guadagnasse fino alla morte. In un certo senso sì, se c’è la magra consolazione di una pensione quando ci resta un divano. Magra davvero.

Morire sul palco e sulla cresta dell’onda, senza essere un pugile suonato e meteora, può essere solo un sogno d’artista. E’ meraviglioso, fatto ad arte. Ed è fatto apposta per chi di arte varia e poesia vive. Questo è possibile, se si è sempre nuovi e coinvolgenti. Ma non arricchisce le tasche né crea stabilità.

Se fosse, poi, davvero l’agognata ”sistemazione a vita”, non dovrebbe chiamarsi ‘indeterminato’ né tanto meno ‘tempo’. Almeno non in senso pieno. Con le parole siamo bravi ad inventare cose strambe e gettare fumo. Ma non tutti, anzi pochi e pochissimi, le usano per toccare il cuore. Fortuna non siamo politici.

Per giustificare le ingiustizie hanno inventato termini sempre nuovi, a volte crudi ed altre anche chic. Quelli crudi divengono abitudine, quelli chic diventano presa in giro.

Un termine nudo e crudo, diventato abitudine e normalità forzata, è ‘precario’. Aggettivo del sostantivo ‘precariato’. Apro il mio non vecchio Devoto-Oli e, alla voce ‘precariato’, dice:

“Temporaneità del rapporto di lavoro.”

Stop. Non aggiunge altro di rilevante. E lo dice molto ‘politicamente’. La normalità più grigia. Soprattutto, è l’unico ambito definito.

Anche il dizionario è entrato nei tempi attuali. Mi guarda, con le sue pagine, quasi con rassegnazione. Come dire ”Beh, che ci posso fare?”.

Più sotto, scopro che il vero sostantivo originario è ‘precarietà’. Infatti comincia a dire come stanno le cose:

”Instabilità, incertezza, contrassegnata dall’attesa o dal timore di un peggioramento.” E, nella parte degli esempi applicativi, cita: ”la precarietà della situazione economica”. Con tutto quel che ne deriva per l’essere umano, aggiungerei. Ecco, ora la cosa è più realistica.

E poi c’è ‘precario’.

Senza stare a citarne i significati, mi colpisce scoprire che il termine deriva dal latino ‘precarius’, il che vuol dire ‘ottenuto con preghiere’. E’ la sintesi perfetta dello spettacolo teatrale grottesco e noir offerto da quel “Grande Regista” – così definito nel mio primo libro – che, strozzato dai nodi di cravatta della piovra, ha sempre avuto almeno una mano libera per servirsi (all’epoca) dei terroristi per destabilizzare e spostare l’attenzione verso ‘mali minori’.

Ecco, nel nostro mondo, l’instabilità si ottiene per preghiera. Nella vulgata antica, parlata dalle vecchiette fra i vicoli, ‘preghiera’ è sinonimo stretto di ‘favore’. Una folle apoteosi: questuare un senso di angoscia.

Poi pensi a persone, come Patrizia, che sono l’antitesi del precariato. Vitali, vive, attive, sorridenti, aperte al prossimo. Costrette ad accettare la situazione, contro la loro natura libera e bella. E se ci si mette la malasorte, il quadro è completo. Seppur disegnato dall’alto per uno scopo che scopriremo solo vivendo e mettendo insieme i tasselli.

Precario era, ultimamente, diventato anche il suo equilibrio emotivo e fisico.

Stanno per sbloccarsi le graduatorie. Patrizia è morta, per una malattia del cavolo. Lei che non era malata di vivere.

 

Di: Alessio Christian Panico.

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