SICUREZZA NELLE CITTÀ: SITUAZIONE E PROSPETTIVE

Vi proponiamo un saggio sulla sicurezza nelle città scritto dal Comandante Provinciale dei Carabinieri di Bari Rosario Castello che, con la lucidità e professionalità che contraddistingue gli uomini dell’Arma quotidianamente in trincea per garantire la tranquillità nelle nostre città, passa in rassegna i principali problemi connessi alla: paura della criminalità, diritto alla sicurezza, legislazione italiana per la sicurezza, attività preventiva e attività repressiva.

Premessa

Il problema della “sicurezza”  urbana registra un’accentuata crescita di attenzione in Europa e soprattutto in Italia, ove il tema è di grande richiamo nei dibattiti pubblici e nei programmi delle campagne elettorali, in quanto capace di catalizzare molte delle paure dei cittadini.

Vi è da dire preliminarmente che la percezione della sicurezza è fortemente influenzata dai media che enfatizzano gli eventi negativi determinando un clima di paura e di incertezza.

Lo stato della sicurezza urbana è certamente legato ai livelli di criminalità e devianza della città in cui si vive, ma la sua interiorizzazione è influenzata da fattori di tensione (cd  macroindicatori, generati a loro volta dall’accentuato regresso socio-politico- economico), quali:

–            la grave crisi economica e finanziaria, coniugata con l’incertezza del posto di lavoro;

–          la permanente ascesa del costo della vita, spesso non percepita adeguatamente dagli indicatori di controllo;

–            la povertà incombente su larghe fasce del ceto medio;

–            la scarsa fiducia verso la politica, caratterizzata da episodi di decadimento corruttivo;

–            il permanente assillo dell’ingresso di extracomunitari.

È innegabile, infatti, che, dietro le gravi problematiche della crisi economica, della disoccupazione, della dilatazione dello spettro della povertà, si catalizzano le ansie e le paure individuali di una società che ha visto negli ultimi anni accrescere i margini d’incertezza e di rischio.

Il problema della sicurezza urbana in Italia

La paura della criminalità

Il problema della sicurezza nelle città italiane polarizza l’attenzione della politica e di conseguenza dei programmi di governo e, di rimbalzo, costituisce un focus per i media che enfatizzano l’aumento della criminalità di strada ed il profondo senso di insicurezza in cui si trovano a vivere i cittadini.

L’espansione quantitativa degli eventi di danno alla proprietà contribuisce a sfumarne la gravità, al punto che non pochi cittadini danneggiati, si rifiutano di affrontare l’iter burocratico della denuncia e sopportano in rancoroso silenzio il sopruso subito, inficiando l’attendibilità delle statistiche.

Sono certamente degenerate le modalità con cui vengono effettuati i reati contro la persona, caratterizzati sempre più spesso da spietatezza e violenza che trovano cassa di risonanza sui media che non risparmiano particolari raccapriccianti, generando diffusa percezione del sentimento di insicurezza e pervasiva apprensione istintuale per il possibile, improvviso accadimento di eventi di danno fisico o patrimoniale.

I reati contro il patrimonio che, con eufemistica e discutibile definizione, vengono classificati come “micro-criminalità”, “reati predatori”, “bagattellari” (nel significato di lieve valore patrimoniale), sono più frequenti nei comuni ad alta densità abitativa per la facilità di acquisire criminalmente lucro senza essere scoperti e, se individuati, per la possibilità di proseguire l’attività delinquenziale grazie a processi interminabili ed alla incertezza della pena.

Come detto, la sensazione d’insicurezza è certamente legata ai livelli di criminalità o devianza dell’area cittadina in cui si vive ma è già interiorizzata da indicatori di tensione fondamentali, esaminati nella premessa iniziale, quali le conseguenze della crisi economica mondiale e le difficoltà finanziarie che ne sono scaturite, il deterioramento socio-politico, l’insicurezza del posto di lavoro, la povertà incombente sul ceto medio-basso, il grave problema occupazionale, la labilità di valori fondamentali.

Ora è importante evidenziare come la sensazione di insicurezza sia anche legata a indicatori di tensione secondari generati dal deterioramento ambientale sul cui sfondo si snoda la nostra esistenza, quali:

–            il degrado edilizio,

–            il costante danneggiamento dell’arredo urbano,

–            lo scempio graffitaro sui muri delle case e su qualsiasi superficie sfruttabile,

–            l’ illuminazione insufficiente,

–            il livello delle emissioni sonore passivamente subite. pervasivo e continuo,

–            la mancanza di manutenzione delle strade primarie e secondarie e dei luoghi pubblici,

–            la circolazione veicolare caotica e l’inosservanza del codice della strada,

–            la presenza diffusa della prostituzione,

–            l’uso in pubblico di droghe e la palese attività di spaccio,

–            la presenza di gruppi di extra comunitari e nomadi che importunano chiedendo con insistenza elemosina o il lavaggio dei vetri delle autovetture ai semafori.

Si tratta di reati che alcuni criminologi definiscono “soft crimes” cioè reati morbidi che sono tuttavia da considerare veri e propri atti di inciviltà che segnalano lo scadimento di un ordine sociale, cui fa riscontro la paura diffusa dei cittadini di rimanere vittime di eventi capaci di mettere a rischio l’incolumità personale o l’integrità dei propri beni (molte indagini sociologiche hanno dimostrato che la paura del crimine è molto più diffusa rispetto al numero dei reati).

La paura della criminalità ed il timore di esserne colpiti (cd fear crime) fanno parte di un fenomeno che sta caratterizzando sempre più profondamente la società contemporanea e comporta gravi conseguenze  sociali e psicologiche, determinando una limitazione dei comportamenti e dei movimenti delle persone e così modificando sostanzialmente  le relazioni sociali degli individui[1] (il fenomeno che emerge, con sfumature diverse a livello mondiale, risulta maggiormente evidente in Italia ove le fenomenologie della criminalità organizzata, radicate sul territorio, sono particolarmente rilevanti e quella “predatoria  di strada”  ha ricevuto notevole impulso dalla crescente immigrazione, come in seguito sarà possibile evincere  dalle  statistiche  carcerarie.

Al riguardo, l’Italia è attualmente una delle mete europee privilegiate di consistenti flussi in entrata dall’estero in quanto l’estensione costiera facilita gli approdi.

Secondo  l’ISTAT, al 31 dicembre  2012 i residenti in Italia erano  poco più di sessanta  milioni, di cui gli  immigrati rappresentavano  il 6,5%.  Rispetto  all’anno  precedente si è registrato un incremento della popolazione  residente dello  0,7%, dovuto completamente  alle  immigrazioni  dall’estero.

Attualmente le collettività straniere più numerose sono quelle dei rumeni (780mila e da poco diventati cittadini comunitari), degli albanesi (440mila), dei marocchini (400mila) e dei cinesi (170mila). Naturalmente queste informazioni si riferiscono agli stranieri  ufficiali  regolarizzati.

L’insediamento dei residenti stranieri mostra, per la prima volta, una lieve ridistribuzione a favore delle regioni meridionali, a causa della presenza romena che in queste regioni è cresciuta più intensamente che altrove.

Tuttavia, ciò non muta sostanzialmente la geografia del fenomeno: il 62,5% degli immigrati risiede nelle regioni del Nord, il 25% in quelle del Centro e il restante 12,5% in quelle del Mezzogiorno.

 

Il diritto alla sicurezza

Storicamente, in vari diritti, soprattutto dì origine anglosassone. la sicurezza è sempre stata considerata come un diritto fondamentale.  Nel Bill of Rights della Virginia del 1776 (preso a modello da altre Carte) vengono considerati “diritti innati” (inherent rights)“ il godimento della vita, della libertà, mediante l’acquisto ed il possesso della proprietà, e il perseguire e ottenere felicità e sicurezza”.

La Dichiarazione Universale dei Diritti Umani adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 sancisce il diritto dì ogni individuo alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

La  sicurezza  rappresenta,  quindi,  un diritto  fondamentale  dell’individuo  che  lo  Stato, in base alla Costituzione deve garantire  a  tutti,  in una  prospettiva  di eguaglianza  non solo  formale,  ma  anche  e,  soprattutto,  sostanziale.

Oltre alla sicurezza  personale, è bene ribadirlo, c’è anche una dimensione della “sicurezza sociale”, spesso trascurata dai media e dagli attori politici, assai rilevante nella percezione delle persone, che chiede perciò un maggior intervento dei poteri pubblici.

Infatti, ad un tasso di criminalità comune, in linea di massima, stazionario negli ultimi anni, corrisponde una elevatissima percezione dì insicurezza generata:

–            dal mancato imbrigliamento della criminalità organizzata  (Mafia, n’drangheta, Camorra, etc);

–            dalla criminalità dell’Est, specializzata in reati di elevato allarme sociale (assalto alle ville e stupri);

–            dalla violenza ed efferatezza con la quale i reati sono commessi, di cui molti in ambito familiare;

–            dallo stato di abbandono nel quale si trovano molte aree metropolitane ed in particolar modo le periferie;

–        dalla crescente incidenza, nella formazione dell’opinione pubblica, in Italia come  in tutti i paesi democratici, della informazione televisiva e della carta stampata, prodiga nei particolari  raccapriccianti  ed eccessivamente  ripetitivi.

Sulla spinta dei media, anche il crimine più remoto (es. la strage in un college americano) viene immediatamente battuto dalle agenzie di stampa, rapidamente diffuso da radio, giornali e televisione ed il delitto entra nelle case, creando allarme e paura[2].

Ne deriva che la percezione del rischio rivolta al futuro risulta grandemente distorta in senso  pessimistico.

La Legislazione italiana per la sicurezza

Il termine polizia definisce il complesso delle attività istituzionali volte al bene comune, derivando il nome e l’origine storica dallo sviluppo della polis della Grecia antica. È un concetto affine anche a quello di “ pubblica sicurezza”, intesa quale elementi costitutivo del contratto sociale e funzione istituzionale svolta da organismi addestrati, preposti alla sicurezza dei Cittadini, per tutelarli da comportamenti  illegali di terzi.

Tipicamente una polizia dedica una quota maggioritaria delle proprie attività alla prevenzione e alla repressione del crimine e ad una parallela funzione di pubblico soccorso per situazioni di emergenza.

Gli ordinamenti in genere riconoscono valore preferenziale alla prevenzione. Anche un successo della polizia giudiziaria nella scoperta degli autori di un reato è, tutto sommato, una sconfitta del sistema che non ha saputo garantire alla collettività una vita sociale priva di illegalità, ciò che ogni contratto sociale dovrebbe assicurare.

Pertanto, la prevenzione costituisce funzione precipua dell’attività di polizia: lo Stato dovrebbe educare i cittadini alla legalità, ottenendone rispetto delle regole ed astensione dalle prevaricazioni. L’articolo 1 del Testo delle Leggi di Pubblica Sicurezza dello Stato, Regio Decreto nr. 773 del 1931, che il nostro Potere Legislativo non è ancora riuscito ad adeguare ai tempi, afferma che “l’autorità di pubblica sicurezza veglia al mantenimento dell’ordine pubblico, alla sicurezza dei cittadini  alla loro incolumità e alla tutela della proprietà …”

A riguardo, non si può sottacere come l’iniziativa privata, attraverso le guardie particolari giurate, i cosiddetti “Vigilantes”, inquadrate negli Istituti di Vigilanza Privata, contribuisce a supportare l’’attività statale nella “tutela della proprietà”.

Eppure, l’ Italia è  il Paese europeo  con  il maggior numero di uomini impiegati nelle forze dell’Ordine. L’Eurispes evidenzia 328.368 unità, tra Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Corpo Forestale dello Stato, Polizia Penitenziaria, Guardia Costiera, Polizia Provinciale, Polizia Locale. Ma anche il doppio degli effettivi, senza un effettivo coordinamento, senza una Giustizia ed un Sistema Penitenziario ripensati ed efficienti, produrrà gravi oneri economici a carico dei cittadini senza, peraltro, attenuare le incombenti paure percepite.

Nel Manifesto di Saragozza, redatto al termine della Conferenza Internazionale “Sicurezza, Democrazia e Città” il 2-4 novembre 2006 ” organizzata dal Forum Europeo per la Sicurezza Urbana, in collaborazione con la Città di Saragozza, è stato ribadito il concetto che:

“Le forze di polizia sono un altro attore della comunità, ma un attore che deve fornire un servizio per garantire la sicurezza all’insieme della comunità. Le forze di polizia, nel fornire tale servizio, incontrano continuamente degli ostacoli che le istituzioni locali devono saper  riconoscere  e  analizzare, per ottenere un  inserimento armonioso della polizia nel contesto delle loro comunità.

Le forze di polizia lavorano in base a un principio di legittimità derivante dalla sovranità democratica delle loro comunità sociali. Tale legittimità conferisce loro il potere di far rispettare le leggi e di garantire la sicurezza dei cittadini.

Tuttavia, le autorità locali devono mettere in opera tutti i mezzi per far sì che il legittimo potere delle forze di polizia poggi sul riconoscimento sociale della loro importanza e della loro validità, riconoscimento che deriva dall’integrazione della polizia nella comunità e che si traduce in un’autorità conferita dai cittadini stessi.

La polizia ha il dovere di esercitare la propria autorità in stretta cooperazione con i cittadini, sulla base di una diagnosi precisa delle loro necessità. I principi sui quali deve poggiare la sua azione sono la prevenzione, la presa in considerazione integrale e equilibrata delle problematiche cittadine (grazie alla sua prossimità e alla collaborazione con la popolazione), la solidarietà e il sostegno alle vittime di atti di criminalità, che sono i soggetti meno protetti nel contesto della lotta alla criminalità, e, infine, l’inclusione di norme deontologiche e di valutazione qualitativa delle realizzazioni, il che deve condurre al mantenimento di norme elevate di etica e di efficacia per il servizio sociale della tutela della sicurezza all’interno e a vantaggio di tutta la comunità”.

Una efficace sicurezza urbana è quindi risultato di più attività fondamentali di competenza dello Stato e degli locali, secondo il principio di stretta collaborazione che va sotto il nome di sicurezza partecipata, come ben indicato nel manifesto citato.

L’attività preventiva

Il modello di ” forma urbìs” , che connota la maggioranza dei centri urbani, è configurato a cerchi concentrici il cui nucleo fondamentale è costituito dal centro storico attorno al quale, progressivamente, si situano le semiperiferie, le periferie e l’hinterland.

Nelle semiperiferie e periferie si trovano le zone maggiormente critiche sotto il profilo della sicurezza, mentre l’attività preventiva dei Comuni e dello Stato si dispiega, soprattutto, sull’ area del ceto abbiente, vittima della criminalità predatoria. Per tanto, i Comuni e lo Stato sono costretti ad alleggerire il controllo delle aree degradate ove la rancorosa reattività dei residenti è solo epidermicamente sopita per trasformarsi, non di rado, in rivolte ed occasioni di guerriglia urbana in occasione d’interventi repressivi dette Forze dell’Ordine.

Nell’ambito dell’attività preventiva, occorre, inoltre, prendere in considerazione attività delegate, svolte dai privati e previste dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, la Sicurezza Sussidiaria ed i presidi tecnici.

Il compito d’indirizzare in un alveo collaborativo tutti i soggetti privati che possono fornire fattivo contributo alla sicurezza collettiva spetta alle Autorità periferiche dello Stato che, talora, stentano a calare nella pratica un atteggiamento aperto alla collaborazione.

L’attività preventiva, al di là di ogni formula suggestiva, si realizza solo attraverso una polizia di prossimità, mutuata  dai  francesi ( proximitè, cioè più vicino alle persone, al quotidiano e al territorio) che richiede la visibilità degli appartenenti alle Forze di Polizia e la ricerca della collaborazione dei cittadini. Questi ultimi sono disposti  a diventare  parte attiva nella politica  della  sicurezza,  assumendo  atteggiamento  collaborativo  ma solo se  percepiscono di essere  presi  sul  serio e ascoltati.

Attività repressiva

L’attività repressiva dei reati è svolta dalla Polizia Giudiziaria che, sotto la direzione del Pubblico Ministero (Magistratura Inquirente), ricerca le fonti di prova dei reati che vengono successivamente vagliate, in giudizio, dalla Magistratura Giudicante.

Il 70% riguarda reati di criminalità predatoria: furti e piccole rapine, reati peraltro in permanente crescita. L’arresto in flagranza avviene in percentuale minima.

Il furto nelle abitazioni è aumentato di quasi il 20 %, collocandosi a quota 170mila reati ed evidenzia che ogni ora, in Italia, vengono prese di mira una ventina di abitazioni.

Questi sono dati della media nazionale. I centri che richiamano elevati flussi turistici pagano l’attrattiva del territorio in termini di maggiore incidenza dei fenomeni criminosi.

 Dopo furti, rapine e stupri, vengono i reati di strada quali i borseggi (23mila) e gli scippi (160mila). Si tratta di reati in crescita (rispettivamente del 2.35% e del 6,35%) che comunque si riferiscono solo all’emerso[3].

In regressione, invece, gli omicidi volontari che però si contraddistinguono per la crescente efferatezza, posta in rilievo dai media con eccessiva reiterazione ed enfasi di particolari raccapriccianti. funzionali all’incremento della paura percepita.

Incremento oltre la media anche per le truffe e le frodi informatiche (+8.7%): quasi 120mila, ma il tasso di denuncia è scarso. Da circa cinque anni la malavita ha scoperto che la Rete è il maggior mercato per truffare, rubare e riciclare denaro sporco e il rapporto tra rischio e ricavo è molto più vantaggioso di qualsiasi altro crimine.

Nell’azione di repressione incide negativamente l’incertezza della pena che, spesso, vanifica gli sforzi delle forze di Polizia Giudiziaria.

È doveroso infine riflettere anche su altri particolari, oltremodo sconcertanti: le 1.170 morti bianche, legate agli infortuni sul lavoro, triste primato in Europa, trovano scarsa eco e vengono subito archiviate come gli incidenti disastrosi perché non fanno notizia.

Solo i morti ammazzati, gli stupri, le rapine in casa, fanno notizia e sono riproposte perché funzionali ad accrescere la paura percepita.

 Di: Rosario Castello*

*Comandante Provinciale Carabinieri Bari


[1] Santinello, Gonzi, Scacchi   Le paure  della criminalità. Aspetti  psicosociali  di comunità  – Giuffrè  1998.

 

[2] Osserva Ulrich Beck, tra i più autorevoli sociologi europei: “L’individuo si rappresenta la realtà attraverso l’informazione da parte dei media. Per ragioni di mercato la comunicazione è tutta  polarizzata  sugli  eventi  a  maggior  impatto  emozionale  e  fra  questi catastrofi e pericoli fanno la parte da leone. In tal modo la mente dello spettatore e lettore contiene  una rappresentazione della  realtà tutta sbilanciata verso eventi negativi.

 

[3] Articolo su il Corriere della sera di giovedì 16 gennaio 2014 “un colpo al minuto il raddoppio in 9 anni dei furti nelle case tra il 2004 e il 2012 crescita del 114%.  Bergamo denunce quasi tutte archiviate e ronde whatsapp E’ una delle città più colpite ma le inchieste finiscono nel nulla”.

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