SIAMO TUTTI PARIGI. SICURO CHE SIAMO SICURI?

Bisogna chiedersi se, alla luce delle sfide che il terrorismo internazionale continua a porci, il bisogno di cooperare in un ambito così particolare come quello della sicurezza comune europea non sia più un capriccio ma una concreta necessità.

Gli avvenimenti recenti hanno evidenziato che sarebbe assurdo continuare a ritenere che la “sicurezza interna” si limiti ad una singola nazione: essa deve invece essere considerata in una prospettiva più europea, e quindi più globale.

Lo scorso dicembre, in conclusione del 2014, il presidente del Parlamento Europeo ha affermato che “Abbiamo bisogno di una strategia globale che inizi dalla prevenzione contro la radicalizzazione e giunga fino ad una stretta cooperazione tra autorità di contrasto e servizi segreti.  Converrete con chi vi parla sul fatto che, se decidiamo a favore di una determinata normativa, questa deve però anche essere effettivamente inattaccabile sul piano giuridico.  Dopotutto, non vorremmo ancora una volta soccombere in sede di Corte di giustizia…”

Si tratta di un discorso non solo politico, e molto temibile sotto più punti di vista. Vediamo quali e cerchiamo di capirne il perché.

Nell’aprile del 2014 la Corte di Giustizia europea annullò alcune disposizioni di normativa comunitaria che avrebbero imposto la circolazione e la diffusione di alcuni dati sensibili relativi ai cittadini europei, in ambito strettamente governativo, ai fini della sicurezza anti-terroristica europea; la corte ritenne ciò contrario al diritto alla privacy dei cittadini. Ecco perché il presidente del Parlamento Europeo auspica ancora una normativa comune che superi il controllo preventivo della corte, perché se così non fosse ogni buon proposito di condivisione delle informazioni tra agenzie nazionali di sicurezza finirebbe nel nulla.

Inoltre, l’auspicare che si arrivi ad una “stretta cooperazione tra autorità di contrasto e servizi segreti”, non sembra così pacifico per tutti: infatti, chi per tradizione secolare (come la Gran Bretagna) o chi per cultura innata (come la Francia e la Germania) o ancora chi è in qualche modo legato ad antiche realtà (come la Polonia, o come i neomembri UE che si trovano tuttora a gravitare in area russa, o ex – sovietica) non vede del tutto di buon occhio questa totale apertura dei cassetti segreti ad appannaggio dei partner europei.

Quindi,  è vero che l’articolo 2 del TUE afferma che uno degli obiettivi principali dell’Unione è quello di mantenere e sviluppare congiuntamente lo spazio di libertà, sicurezza e giustizia, ma lo sviluppo di questi valori dovrebbe essere assolutamente equilibrato e pari ordinato in tutti gli stati.

La Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e la Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea impongono di sviluppare il concetto di una “sicurezza nella libertà”, per combattere e ostacolare ogni minaccia alla nostra sicurezza, prima fra tutte il terrorismo, senza che le misure già intraprese, e le misure ancora necessarie per farlo, mettano in crisi il pieno rispetto e la considerazione dei diritti fondamentali, in modo sempre reciproco tra gli stati.

Sono state anche previste soluzioni avanzate d’identificazione, basate su sistemi biometrici e sinergie tra il Sistema di Informazione di Schengen  (quello che in gergo viene chiamato SIS II) ed il Sistema di Informazione dei Visti (VIS), con accesso diretto dei servizi di polizia nazionali.

Perfezionando gli intenti, dal 1° maggio 2005 è operativa l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne.

Sempre 10 anni fa si rafforzò Eurojust, organo dell’Unione composto da pubblici ministeri, magistrati e funzionari di polizia distaccati da ogni singolo Stato membro a livello europeo, per garantire una elite di esperti nella lotta alla criminalità organizzata.

Parimenti, sempre in quel contesto l’UE destinò 7 milioni di euro ad un progetto pilota nel settore della prevenzione, preparazione e risposta agli attentati terroristici, che ha portato ad un maggior dialogo tra le diverse culture, nonché tra i diversi contesti di istruzione e di cooperazione tra le autorità di contrasto e i servizi segreti degli Stati membri UE.

Misure particolari sono state prese non solo nella lotta e nella prevenzione al terrorismo, ma anche per contrastare il riciclaggio di denaro sporco, che rappresenta solo la punta dell’iceberg di una serie innumerevole di illeciti che portano, appunto, al fenomeno in questione.

Un anno fa si propose di creare una specie di CIA all’europea che fosse finalmente in grado di coordinare i vari servizi segreti dei 28 Paesi Ue. La risposta degli alti funzionari europei fu allora gelida, visto che si affrettarono a definire la proposta come “politicamente impossibile”.

Oggi la diplomatica che a Bruxelles chiamano Mrs. PESC (dall’acronimo “politica europea di sicurezza comune”), oggi rappresentata dall’italiana Federica Mogherini,  succeduta alla britannica Aschcroft e allo spagnolo Solona, vorrebbe fondere in un unico dipartimento il Joint situation centre, la Watch-keeping capability del Consiglio europeo e l’unità di crisi della Commissione europea.

Il JSC è dotato di circa 110 agenti segreti regolarmente distaccati dalle varie capitali europee per gestire alcune informazioni classificate, messe a disposizione dagli stati membri.

La WKC è costituita nel Consiglio d’Europa ed è composta da 12 ufficiali, tra militari e diplomatici, chiamati a raccogliere, confrontare ed elaborare le informazioni ottenute dalle 23 missioni militari e di polizia dell’Unione, specie per improvvise minacce alla sicurezza dell’Unione.

L’unità di crisi, o Crisis Room, è operativa all’interno della Commissione Europea e gestisce le costanti analisi  prodotte sui circa 118 conflitti oggi attivi nel mondo, basandosi su fonti aperte (OSINT, Open Source Information) e sui dati forniti dalle ambasciate estere della Commissione.

Ad oggi, però, il mandato del nuovo dipartimento di intelligence comune, che avrebbe dovuto fondere in sé le tre predette realtà, non è ancora stato definito, ma di certo sembrano tutti concordi nell’affermare che una volta realizzato, esso non dovrebbe comunque includere operazioni segrete.

Ancora una volta avremo un gigante di sabbia, a proteggerci? Quanti altri attacchi dovremo subire, prima di realizzare qualcosa di davvero efficace? Gli eventi parigini non sembrano accettare ulteriori tentennamenti.

Di: Lucia Abbatantuono

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