TRE CUBANI PER IL PRIGIONIERO

A partire dallo scorso dicembre Cuba e gli Stati Uniti sono meno lontani del passato.

Ciò non perché l’isola cubana si sia straordinariamente avvicinata al continente americano, ma perché dopo decenni di tensioni (alcune delle quali davvero molto critiche) finalmente il 17 dicembre 2014 USA e Cuba hanno deciso di smussare le loro tensioni e riaprirsi al dialogo.

Il presidente Obama ha prima dato lo storico annuncio dalla Casa Bianca e subito dopo ha telefonato a Raul Castro, l’attuale reggente al vertice cubano dopo le dimissioni per malattia del ben più celebre Fidel Castro, suo padre.

Prima di questo riavvicinamento formale e dichiarato al mondo, si era verificato uno scambio di prigionieri tra le due nazioni. Eppure da questo disgelo resta del tutto escluso l’intero programma relativo all’embargo economico, che è in vigore fin dal lontano febbraio del 1962, quando Kennedy promulgò il famoso Proclama 3447 con cui instaurò il blocco che ben conosciamo, come ritorsione totale al lento ma irreversibile scivolamento di Cuba sotto l’allora temibile influsso sovietico.

L’esecutivo statunitense ha già dichiarato che non farà resistenze se il Congresso vorrà perfino legiferare per alleviare le condizioni di questo embargo, arrivando magari a rimuoverlo completamente. Alcuni giornali dicono che prima di approdare a questo disgelo ci sono stati ben 18 mesi di confronto diplomatico tra cubani e statunitensi, con la supervisione dei canadesi e perfino dal Vaticano.  Ma che tipo di prigionieri sono stati scambiati tra i due Stati?

Nel 2009 Cuba arrestò un contractor statunitense, Alan Gross, accusato di spionaggio sull’isola, e condannandolo a 15 anni di prigione. Nel 2001, invece, gli USA avevano arrestato 3 agenti cubani ugualmente accusati di spionaggio sul territorio americano.

Lo scambio è avvenuto, quindi, proprio tra questi. Ma in realtà si è trattato solo di un pretesto, perché oltre a ciò le diplomazie dei due paesi hanno anche deciso di riaprire le rispettive ambasciate nelle capitali: era dal 1961, infatti, non c’era più alcun contatto tra L’Avana e Washington.

Pur restando vietati i viaggi turistici degli americani a Cuba, per chi avesse parenti sarà concesso il viaggio, e potranno perfino rientrare negli States portando con sé un minimo carico di prodotti cubani (per un valore non superiore comunque ai 100 dollari).

 Cuba, inoltre, provvederà nei prossimi mesi a rilasciare altri 53 detenuti americani rinchiusi finora come “prigionieri politici”. Gli americani, inoltre, potranno inviare trimestralmente a Cuba non più un massimo di 500 dollari, ma fino a 2000 dollari.

Sul piano internazionale, Obama ha anche chiesto al segretario di Stato (l’omologo della nostra Farnesina) di rivedere lo status di Cuba come “Rogue State”, stato canaglia terrorista; Obama ha anche sollecitato l’apertura di nuovi conti correnti a Cuba da parte di istituzioni finanziarie americane, e il miglioramento delle reti di comunicazioni in genere.

Il progetto di Obama è perfino quello di giungere alla fine dell’embargo entro il 2016, in parallelo con la fine del suo mandato. Ciò significa riconoscere che sul piano economico e politico questo embargo non è stato per nulla vincente, poiché ha causato danni non solo all’economia cubana, ma anche a quella statunitense.

Secondo alcuni opinionisti questa sembra essere una manovra individuale organizzata da Obama per recuperare in parte quella fascia di elettori che non crede più in lui, ma secondo altri si tratta invece di un’azione politica più improntata al medio-lungo periodo che non al breve, considerando che potrebbe trasformarsi in una sconfitta se  i repubblicani dovessero far scudo contro Obama.

Per i cubani, invece, il riavvicinamento è un fatto di semplice opportunità politica, considerando le pessime condizioni economiche in cui versano anche tutti i tradizionali partner economici dell’isola, come il Venezuela o l’Argentina.

In definitiva, questo riavvicinamento può essere un grande vantaggio per entrambi i paesi: gli States apriranno nuove forme di cooperazione economica e commerciale nell’ambito dell’industria alimentare (zuccherifici e frutta), e generale, considerata la grande presenza di manodopera a basso costo. Ma gli interessi principali restano quelli delle aziende americane delle telecomunicazioni, del turismo, delle finanziarie e delle banche. Infine, questa manovra consentirebbe di far apparire finalmente l’America non più o non solo come il classico imperialista o colonizzatore ma anche come  risolutore di questioni regionali e/o internazionali.

Per Cuba ciò si tradurrebbe in un notevole rientro di capitali cubani nel paese, mentre poter aprirsi di più  all’esterno potrebbe portare l’isola ad un modello di sviluppo economico e politico migliore. Inoltre Cuba potrebbe diventare, per tutto il mondo latino, protagonista della diplomazia internazionale e uscirne come vincitore dell’embargo Usa.

Ulteriori sviluppi si avranno già nella prossima primavera,  nel Summit dei Paesi delle Americhe che si svolgerà a Panama in aprile.

 Sembra opportuno, infine, ricordare che probabilmente questo riavvicinamento servirà a impiantare le basi  per una maggiore cooperazione bilaterale necessaria alla lotta contro il narcotraffico globale, in cui Cuba gioca un ruolo davvero cardine a livello internazionale (è crocevia internazionale di droga) ed anche per far cessare il traffico di esseri umani, piaga inaccettabile in un secolo di sviluppo dei diritti umani come questo vorrebbe essere.

Tralasciando ogni buonismo, speriamo davvero che finalmente qualcosa di concreto possa essere realizzato per il compiacimento tanto delle diplomazie quanto dei cittadini.

 Di: Lucia Abbatantuono

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