SI VIS PACEM, PARA BELLUM. ONE MORE TIME

Tutti gli uomini, fin dalle origini della storia, hanno usato la violenza per ottenere ciò che più desideravano. L’uomo, in quanto essere più intelligente del creato, dalla sua comparsa sulla terra fino ai giorni nostri ha costantemente modificato le sue tecniche di combattimento per migliorare il suo stato: si è così passati dalle lotte tra tribù ai più efferati genocidi di massa, dei quali la Shoah costituisce ancora l’esempio più famigerato, seguito dai numeri spaventosi di vittime delle due guerre mondiali, e dai morti negli attacchi terroristici in quasi tutte le parti del pianeta.

Si dice, comunemente, che sbagliando si impara, oppure che (come sosteneva Albert Einstein) che se ci sono dubbi sulle armi da impiegare nella terza guerra mondiale, nessuno può comunque dubitare che la quarta guerra mondiale sarà combattuta con pietre e bastoni.

Con questa osservazione il famoso genio voleva semplicemente sottolineare che se davvero l’uomo utilizzasse tutte le armi così avanzate che è riuscito a creare finora, davvero non resterebbe più nulla con cui confrontarsi.

Oggi, forse temendo proprio di distruggere tutto ciò che è stato finora creato, l’uomo cerca di mantenere la pace. E questo non senza difficoltà.

Entrambi i concetti, di pace e di guerra, non sono facilmente spiegabili, soprattutto perché l’esistenza di entrambi richiede automaticamente la presenza dell’altro.

Per molti, ad esempio, vale ancora il vecchio proverbio latino del “si vis pacem para bellum”, in base al quale per assicurarsi la pace bisogna comunque prepararsi alla guerra.

Per fortuna dal secolo scorso ad oggi, senza non poche eccezioni, passando anche dal pensiero di molti uomini di cultura, si è iniziato a gettare le basi per evitare nuovi conflitti e soprattutto per praticare la non violenza.

Come Gandhi, ad esempio, che cercò di ottenere l’indipendenza dell’india dagli inglesi attuando il principio rivoluzionario della non violenza. O come Martin Luther King, che lottava affinchè i neri potessero essere iscritti nelle liste elettorali e si ottenesse la parità dei diritti sociali, civili e politici anche per la popolazione di colore.

Insieme a loro ricordiamo anche Nelson Mandela, che dedicò la sua vita ad eliminare l’apartheid in Sud Africa, e per concretizzare il suo sogno trascorse circa un quarto della sua esistenza in carcere.

Nessuno dei personaggi appena citati ricorse alla guerra (tranne Mandela che spesso utilizzò il ricorso alla guerriglia urbana, ma sottoforma di difesa contro gli attacchi dell’ordine precostituito).

Nessuno di essi utilizzò la violenza per conseguire gli obiettivi prefissati. Eppure il loro esempio ha consegnato alla storia più risultati di molti conflitti armati.

Oggi, purtroppo, lo scenario internazionale risulta alquanto confuso: ci sono attualmente ben 65 stati coinvolti in vari modi in guerre o guerriglie, per un totale di 611 gruppi di combattenti.

Tra i più violenti scontri in corso vanno annoverati quelli in Siria, dove si combatte contro il governo dittatoriale Assad, in Iraq, o sul confine tra Israele e Palestina, o ancora in Europa e Ucraina.

Come si può dunque osservare, conservare una pace duratura in tutte le zone del mondo resta un’utopia: bisogna però riconoscere lo sforzo costante di alcune istituzioni, prima fra tutte l’ONU, che ogni giorno si impegnano per promuovere l’uso di stabili relazioni diplomatiche fra tutti gli Stati.

Questa istituzione dispone anche di un proprio esercito, conosciuto ovunque col nome di “caschi blu” dal colore del vessillo ONU che porta ovunque con sé, sempre pronto ad intervenire nelle zone più conflittuali del pianeta, ovunque vengano violati i diritti dell’uomo e i principi fondamentali della convivenza pacifica tra gli uomini.

Anche l’Unione Europea è sempre pronta ad intervenire negli scenari del conflitto, affianco all’ONU e sempre per tutelare i diritti universalmente riconosciuti dalle democrazie mondiali.

Infine, un compito molto rilevante è svolto anche dalle nostre forze armate, che ci difendono e ci proteggono costantemente impegnandosi nelle missioni all’estero, per testimoniare l’importanza imbattibile dei principi inscalfibili del diritto.

La disposizione alla benevolenza, richiamata da Spinoza, non è certo qualcosa che cade dall’alto per magia, piuttosto un risultato di lunghe trattative, di storici compromessi, di costanti impegni da parte della diplomazia internazionale: è grazie all’esperienza, e alla pratica costante della mediazione, che si potrà arrivare all’assenza di ogni conflittualità armata.

In qualunque degli scenari attuali potrebbe tentarsi la strada del dialogo e della trattativa, come spesso è stato fatto, a più riprese, proprio in Terra Santa. E’ chiaro, specialmente in quell’area, che solo quando i grandi si siedono allo stesso tavolo, si riesce a far cessare gli scontri.

In prospettiva, dunque, a maggior ragione non si può ipotizzare la crescita delle scissioni tra Stati: l’esempio dell’Unione Europea potrà addirittura costituire un simbolo di come paesi da secoli in aperto contrasto possano riuscire a scegliere di comune accordo la via della pace duratura per non incorrere mai più nelle tragedie ben note della guerra.

Di: Lucia Abbatantuono

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