NOI MANGIAMO, LORO MUOIONO

L’affermazione “Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla i popoli”, attribuita al Segretario di Stato americano Henry Kissinger nel 1970, appare oggi più attuale che mai.

Attualmente nel mondo circa un miliardo di persone è denutrito, mentre un altro miliardo è obeso o in grave sovrappeso, e sebbene l’agricoltura produca abbastanza cibo per tutti, un terzo viene sprecato.

  Questi problemi, anche se possono apparire differenti, in realtà sono strettamente collegati. Infatti sono la conseguenza non solo del difficile accesso al cibo nei paesi del Sud del mondo, dove la malnutrizione è cosa nota, ma anche del ben più sviluppato mondo occidentale, dove le fasce della popolazione a basso reddito consumano abitualmente “cibo spazzatura” perché più economico del cibo fresco.

Naturalmente questo tipo di alimentazione comporta gravi danni alla salute, con il rischio di sviluppare malattie quali diabete e problemi cardiocircolatori, che a loro volta produrranno nel tempo enormi costi a carico dei sistemi sanitari nazionali.

Eppure, le scelte salutari o meno dei consumatori non sono autonome, ma indotte dalle multinazionali alimentari, che riescono a trarre profitto da tutta la catena alimentare mondiale.

Per più di un secolo le aziende più potenti del settore alimentare si sono servite di terre e lavoro a basso costo per produrre al minimo ottenendo al contempo elevati profitti, e spesso a danno dell’ambiente e delle comunità locali situate in varie parti del mondo. Tutto ciò ha contribuito all’attuale crisi del sistema alimentare.

Oggi, un terzo della popolazione mondiale fa dipendere il proprio sostentamento da piccole aziende agricole, e la maggioranza di coloro che soffrono la fame è costituita da produttori agricoli di piccola scala o braccianti che coltivano e producono cibo per sfamare più di due miliardi di persone in tutto il mondo .

Circa il 60% dei braccianti agricoli vive in povertà. A ciò si aggiunga che il cambiamento climatico provocato dalle emissioni di gas a effetto serra, di cui un’ampia percentuale è dovuta proprio alla produzione agricola, determina una sempre maggiore instabilità delle rese agricole.

Inoltre, la selvaggia fluttuazione dei prezzi alimentari, dovuta alla crescente domanda di soia, mais e zucchero, aumenta la vulnerabilità degli agricoltori e dei braccianti nei paesi poveri. E come se non bastasse la terra fertile e l’acqua pulita stanno diventando sempre più scarse, così come sempre più instabili sono le condizioni meteorologiche.

Come ci ricorda Gandhi “La Terra è sufficiente per i bisogni di tutti, non per l’avidità di qualcuno”. L’auspicio è che sia i popoli sia i governanti riescano a cambiare mentalità per riuscire a cambiare il modo in cui viene gestita la globalizzazione, dato che questo fenomeno non si può cancellare.

Spetta alle istituzioni stabilire regole che rendano gli attori economici globali capaci di portare sviluppo e creare sinergie, senza depauperare interi territori e intere categorie produttive.

Compito degli organi di informazione ufficiale è denunciare ciò che accade, per consentire ai famiglie e imprese di tutelare la loro salute e e loro interessi.

Compito dei singoli cittadini è avere un atteggiamento attivo nei confronti di ciò che finisce sulle nostre tavole, pensando un po’ di più alla sua origine, a quanta strada a fatto, ma soprattutto a cosa stiamo per mangiare.

I nostri ritmi quotidiani a volte sembrano imporci di sottovalutare il valore del cibo, dimenticando che facendo più attenzione all’origine e alla stagionalità di ciò che acquistiamo possiamo aiutare, nel nostro piccolo, un economia di eccellenze agroalimentari come quella italiana. Solo una maggiore consapevolezza potrà chiarire eventi lontani i cui frutti giungono nelle nostre case il più delle volte inconsapevolmente, ed Expo 2015 ci darà una mano a far sì che ciò avvenga.

 Di: Lucia Abbatantuono

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