III DOMENICA DI PASQUA – ANNO B – (Lc 24, 35-48)

Il messaggio pasquale narrato dall’evangelista Luca nella liturgia odierna si arricchisce di un dato che ci aiuta a comprendere meglio la risurrezione Di Gesù e la nostra. Luca vuole sottolineare anzitutto la continuità tra il Crocifisso e il Risorto attraverso il segno delle piaghe da guardare e da toccare; ferite guarite che esigono di essere contemplate per dirci l’amore che Gesù ha avuto e continua sempre a nutrire per l’umanità.

La Risurrezione è attuale proprio perché dice tutto il realismo del corpo chiamato a partecipare del suo destino di gloria. Per mezzo di un linguaggio simbolico e materiale siamo invitati ad approfondire il legame tra l’identità fisica di Gesù di Nazaret e il volto del Risorto. Se per l’Incarnazione di Cristo la deriva spiritualista è dietro l’angolo, lo è ancora di più per la Risurrezione. Tutti i racconti evangelici della Pasqua tendono a marcare l’accento sulla continuità tra il Nazareno che camminava per le vie della Palestina e il Cristo risorto con una attenzione costante alle piaghe, ora gloriose e non più segnate dal dolore. Gesù le mostra ai suoi discepoli come sua nuova identità, segno visibile e perpetuo del suo amore per gli uomini, per dirci che l’amore non è un bel concetto, trito e ritrito,  o una teoria abusata da tirare fuori al momento opportuno, magari per giustificare la nostra angusta e distorta concezione di esso. Gesù mostra le sue piaghe per ammonirci che se di amore dobbiamo vivere – e non possiamo farne a meno- questo deve’essere oblativo, capace di assumere il sacrificio per l’altro e la donazione come espressione della carità. Se riduciamo l’amore all’eros lo abbiamo depauperato, mostrando di non aver compreso la logica della Risurrezione.

Attraverso la necessità che Gesù ha di mangiare Luca ci consegna un messaggio preciso. Gesù non intende mangiare in senso fisico, non può farlo perché il suo corpo è adesso glorioso. Ciò che si intende qui è che la sua presenza conviviale resta, anche se in maniera diversa. Il nostro corpo glorioso anche nella gloria futura sarà chiamato alla convivialità, senza i limiti del corpo materiale. E ciò dice molto più del cibo o della bevanda: Saremo creature risorte con la nostra identità, identica e immutata. Saremo corpi sacrali, che già qui devono manifestare di essere luoghi di comunione.

Se il nostro corpo come quello del Risorto è destinato alla gloria, già oggi, pur tra mille limitazioni, deve essere circondato di rispetto e, nel comportamento e nel portamento, essere intriso di regalità.

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