V domenica di Pasqua – Anno B – ( Gv 15, 1-8)

L’allegoria della vite e dei tralci utilizzata dall’evangelista Giovanni ci richiama alla nostra vocazione a portare frutto, perché frutto della bellezza e della sapienza creatrice di Dio. In noi, che rimaniamo in Gesù Cristo come tralci alla vite, è una propensione alla “misura alta” della vita, uno sguardo di sequela che Gesù esorta a seguire e che si chiama santità. Uniti a Cristo mediante l’unione fraterna, cioè “rimanendo in Lui”, è possibile trarre fuori dal nostro piccolo cosmo interiore tutto il grande cosmo che nasconde la presenza del Dio creatore.

Gesù si presenta a noi come la «vera vite», in virtù del comandamento dell’amore che esige un’attuazione pratica della Legge e la supera scrivendo nei cuori una nuova alleanza tra Dio e l’uomo. Il suo sacrificio rende il nuovo Israele, cioè la Chiesa sparsa per il mondo intero, non più una vite sterile e incapace di portare frutto, ma una vite ricca di copiosi e abbondanti grappoli che sono le nostre buone opere. L’antica vite era stata colmata di da Dio di benedizione e tenerezza nel deserto, ma aveva tradito se stessa e l’amore di Dio (Is 5, 1-7). Nella sua persona invece Gesù ci rivela di essere la vite della verità che non delude perché Dio è fatto carne. Ed ecco il dilemma che Egli pone a noi suoi discepoli: Accettare di essere innestati in Lui o essere soppressi perché «senza di me non potere far nulla». L’accento posto da Gesù non è sul termine “portare frutto”, che pure è importante, ma sull’espressione “in me”. Rimanere in Gesù è fonte e meta della santità, è l’essenziale della vita cristiana e anche l’unico sentiero di fecondità evangelica e pastorale. Siamo esortati con insistenza a portare con noi la fecondità di una vigna innestata in Cristo che ha dato se stesso per amore.

Giovanni – il discepolo amato – ci esorta all’ascolto della Parola che cambia la nostra vita, introducendovi nuovi parametri di valutazione della realtà che ci circonda e della nostra esistenza, mai vana e priva di senso quando offerta a testimonianza dell’amore che abbiamo ricevuto e che dobbiamo donare a nostra volta. Il mondo ha bisogno di sentirsi in marcia verso un’unica meta, per riscoprirsi unica vite unita a Cristo; ha bisogno di contemplare la grande vite dell’amore che offre i propri frutti a beneficio di tutti coloro che si sentono tralci inutili e secchi.

La linfa vitale dell’amore scorra in tutti noi portando frutti di conversione, senza alcuna paura di operare quelle piccole ma necessarie potature delle nostre false convinzioni e concezioni della fede, che sanno tanto di schemi pregiudiziali e accomodanti e poco dell’assunzione di responsabilità a seguire la via “alta” della nostra vocazione di figli di Dio.

L’acqua della Parola che sola può saziarci irrighi la terra arida della nostra umanità.

Di: P. Francesco Marino O.P.

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