La globalizzazione e l’esigenza di forme di democrazia “inclusiva”

Il processo di globalizzazione in atto sta modificando le forme e la natura stessa della democrazia, sta realizzando disuguaglianze assai marcate nella società e mutamenti nel “sistema lavoro”.

Di certo, le forme davvero estreme di brutalità e disuguaglianza sociali emerse in questi ultimi tempi hanno contribuito a demolire l’illusione che il capitalismo globalizzato possa concedere speranza e benefici alla maggior parte della popolazione. Non a caso, l’economia del denaro, l’ideologia più potente e pervasiva che sia stata sinora realizzata, è un dato globale che non viene minimamente messo in discussione dalla non-omogeneità delle economie mondiali e che implica automaticamente esclusione. Difatti, chi non è in grado di assecondare l’accelerazione prodotta dalle nuove tecnologie applicate al mercato e di adeguarsi ad essa viene emarginato.

La globalizzazione economica ha innescato, inoltre, processi di “deculturazione”ormai irreversibili, soprattutto riguardo al sistema di valori socialmente condivisi. Molte culture locali e tradizionali sono state marginalizzate, alcune sono scomparse. L’economia e la tecno-scienza implicano prescrizioni di massimizzazione del profitto che vanno a vantaggio esclusivo dei pochi gruppi che detengono o controllano le risorse del pianeta, creando esclusione e oppressione.

Ecco allora che alle tradizionali tipizzazioni si vanno affiancando nozioni alternative di democrazia, che tracciano il sentiero per eludere i rischi di emarginazione. Si pensi, ad esempio, alle recenti formule coniate da Avishai Margalit (professore israeliano) e Takis Fotopoulos (filosofo ed economista greco), alle quali è sottesa una visione “dinamica” della democrazia, intesa come processo che progressivamente si espande dall’interno verso l’esterno, dall’ambito locale e nazionale a quello tran­snazionale.

Se si considera la gamma di definizioni che ultimamente sono andate diffondendosi e che sono caratterizzate dalla presenza di attributi riducibili alla categoria analitica della “inclusione”, si può senz’altro parlare oggi della crescente esigenza di una vera e propria “democrazia inclusiva” (inclusive democracy), secondo un concetto coniato di fatto da Fotopoulos.

La democrazia inclusiva si pone come concezione alternativa al tipo di organizzazione del potere sempre più concentrato nelle mani delle élites economiche e finanziarie. Le democrazie parlamentari vigenti sono in realtà, per Fotopoulos, delle forme di oligarchia politica. Sembra, infatti, che esista una “razionalità operativa” unitaria che tesse le trame dell’agire economico internazionale, che determina le scelte fondamentali, dal momento che solo qualche gruppo internazionale riesce concretamente ad esercitare una leader­ship produttiva e finanziaria estesa globalmente.

Obiettivo principale della democrazia inclusiva è allora l’equa distribuzione del potere tra i cittadini e la progressiva sottrazione delle risorse economiche dall’economia di mercato.

La democrazia inclusiva è incompatibile con qualsiasi forma di oppressione sociale e di concentrazione del potere politico ed economico. Si basa su un decentramento autosussistente in un contesto di mutua cooperazione, che prescinde dall’economia di mercato, ossia da un sistema in cui le scelte economiche fondamentali sono condizionate in modo determinante dal potere di acquisto di quelle fasce di reddito che possono sostenere finanziariamente le proprie domande.

L’idea di “inclusione” si riferisce al processo di integrazione tra diverse forme di democrazia (politica economica e sociale), definite in un contesto istituzionale radicalmente mutato, basato sull’equa distribuzione delle risorse e del potere.

Il processo di democratizzazione della comunità internazionale deve poter unire comunità politiche con tradizioni differenti ed a stadi diversi del proprio sviluppo. Il compito che le democrazie occidentali si trovano nell’immediato a dover affrontare è dunque, secondo Fotopoulos, molto impegnativo. Esse debbono essere in grado di attraversare i profondi cambiamenti, determinatisi con il passaggio dall’industria degli strumenti all’industria informatizzata, senza rendere le persone irrilevanti per il mercato ed economicamente inutili. Come ha indicato Margalit nel suo studio sulla “società decente”, l’irrilevanza economica potrebbe diventare il destino di diversi gruppi sociali o di un’intera zona geografica, come il Sud d’Italia, ad esempio, o il Sud del mondo. La vera minaccia per l’umanità è che l’irrilevanza economica possa trasformarsi in “ridondanza umana” e che persone ritenute economicamente irrilevanti vengano considerate parassitie poco più che rifiuti umani.

Anche il progetto di Margalit si basa sull’idea di una società “non- escludente”, fondata su un valore comune ed inoppugnabile: l’essere umano.Egli distingue due modelli di società: la “società decente”, in cui le istituzioni non umiliano coloro che dipendono da esse, e la “società civilizzata”, in cui le persone non si umiliano tra loro. Ora, mentre rendere civile la popolazione è un progetto formativo a lungo termine, quello di plasmare le istituzioni è un compito che le democrazie debbono affrontare immediatamente. Obiettivo prioritario da conseguire: una società in cui vi sia una “produzione politica del rispetto”, in cui, anche se il livellamento conseguente alla dinamica dell’economia e della politica mondiale sembra essere inevitabile, i suoi effetti distruttivi potrebbero essere limitati e arginati subordinando la tecno-scienza e l’economia a finalità sociali e politiche intese a favorire la costruzione intersoggettiva di pratiche democratiche.

Ma affinché gli interessi di tutti, anche delle fasce più deboli, possano essere davvero considerati e rispettati, occorre ridare centralità alla relazione che si stabilisce tra elettori ed eletti. Ancora una volta non può che ribadirsi che la concessione convinta della delega (fiducia) è la più importante forma di legittimità delle istituzioni ed è la condizione fondamentale affinché il sistema politico disponga delle migliori condizioni di operatività e possa risultare davvero interessato alle sorti della collettività e al bene della “res-publica”.

Prof. Roberto Varricchio

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