XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B (Mc 4, 35-41)

Gli elementi narrati dall’evangelista Marco in questo brano sembrano orientarci in direzione di un racconto teologico, che ha lo scopo di una catechesi. Una tempesta durante la traversata di un lago non può sorprendere un gruppo di pescatori che lo conoscono probabilmente sin dall’infanzia. Nessuno che conosca davvero il mare e avverta probabili avversità climatiche correrebbe il rischio di avventurarsi al largo con una piccola barca.

All’evangelista interessa riferirci chi è Gesù e la fede che deve scaturire nei suoi discepoli nel momento in cui prendono consapevolezza che Egli è il Figlio di Dio. Gesù non è semplicemente Giona, che salvò i suoi compagni di viaggio dalla morte certa sacrificando se stesso; molto più che un profeta Egli è il Signore che ci chiede di passare “all’altra riva”, cioè di muoverci da qualcosa di solido e di sicuro, verso qualcos’altro, che, inizialmente, ci dona fiducia e ci rassicura, ma poi ci avvolge in una notte oscura. Tale è la perdita di una persona cara, una malattia troppo pesante da sopportare, la mancanza di lavoro o cambiamenti tali che richiedono rinunce destabilizzanti.

Marco, alla sequela di Pietro, quale suo discepolo, registra la testimonianza di un maestro speciale venuto a condividere nella nostra carne gioie e dolori, a placare le “tempeste” della nostra vita. In un tempo di grande confusione, che mina la ragione e tende ad estinguere la fede, Gesù rafforza la nostra identità rassicurandoci che se siamo nutriti di Lui e della sua Parola, ci dona la sua pace e, se anche dobbiamo attraversare il tunnel della prova, Egli è con noi, è il Signore che sta con noi nella nostra barca. Svegliamolo, scuotiamolo, urliamogli anche la nostra disperazione come il giusto Giobbe, ma non dubitiamo che Egli ci ascolta e ci incoraggia ad avere fede in Lui. Gesù è più grande non solo delle forze della natura, ma anche delle nostre paure, ma se in noi dimora la sua pace le traversate della vita le facciamo in comunione con lui e nulla ci può succedere. Quando, però, imbarchiamo acqua, ricordiamoci di non spendere le nostre energie a cercare di salvare il salvabile, ma a confidare nel timoniere della nostra vita, sempre pronto a soccorrerci. Una vita donata e dimentica di sé è il modo migliore per sfuggire a una tempesta.

Di: P. Francesco Marino O.P.

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