La partecipazione è davvero espressione della democrazia?

La «partecipazione politica» ricomprende comportamenti molto diversi: dal voto alla militanza in un partito, dalla discussione sulla politica alla pressione organizzata.

Ricerche condotte, a partire dagli anni sessanta, hanno rilevato che la democrazia convive con tassi molto bassi di partecipazione. Hanno rilevato che, nella realtà delle democrazie occidentali, la partecipazione è «selettiva: non solo il numero dei cittadini che partecipano politicamente è limitato, ma per di più alcuni gruppi partecipano meno di altri. Il problema della selettività viene accentuato dal fatto che la percentuale di coloro che partecipano tende a non essere rappresentativa della popolazione nel suo complesso. Ci sono cioè diseguaglianze nella misura della partecipazione politica e quindi nell’influenza politica dei diversi gruppi.

In generale, tanto più alto è lo status sociale di un individuo, tanto più egli tende a partecipare. Nonostante il fatto che i sistemi democratici siano in linea di principio egualitari (basandosi sul suffragio universale e quindi sul principio «una testa, un voto»), l’influenza politica esercitata in concreto dai cittadini varia in maniera considerevole.

Le diseguaglianze sociali ed economiche si riflettono in diseguaglianze politiche: chi ha più alto status ha, infatti, sia risorse materiali, in primo luogo il denaro, sia risorse simboliche, come il prestigio, da investire nella partecipazione. Chi ha prestigio, di conseguenza, ha anche maggiore influenza. La sua partecipazione ha più possibilità di successo perché l’alto status sociale comporta migliori occasioni di accesso.

L’eguaglianza politica è, dunque, almeno in parte, un’utopia. Altrettanto utopistica si è rivelata la speranza diffusa che la democrazia, dando potere ai cittadini in condizioni sociali svantaggiate, grazie ad un diritto di voto uguale per tutti, avrebbe portato ad abolire i privilegi. Questa speranza era basata sulla forza dei numeri: essendo più numerosi dei privilegiati, coloro che partivano da condizioni svantaggiate avrebbero potuto sfruttare a proprio favore i diritti politici. Senonchè, il numero è influente se ognuno ha lo stesso peso, la stessa capacità di esercitare influenza. Dato che i cittadini sono diversi l’uno dall’altro nelle capacità di utilizzare le occasioni di partecipazione politica, allora il vantaggio del numero può essere controbilanciato dall’uso ineguale delle opportunità di partecipazione da parte di chi è più forte economicamente.

In sintesi, nelle democrazie le eguali opportunità formali di accesso sono disegualmente utilizzate dai vari gruppi sociali. Se la partecipazione corrisponde a domande di eguaglianza, essa tuttavia può riprodurre diseguaglianze.

I sistemi democratici manifestano, a ben vedere, anche altre questioni irrisolte, che destano perplessità sulla loro tenuta sia concettuale che fattuale. Oltre al problema della partecipazione «selettiva», si segnalano, infatti, alcuni aspetti problematici che si possono definire «paradossi democratici». Secondo Platone un primo «paradosso» consiste nel fatto che la democrazia è destinata a trasformarsi nella tirannide, che rappresenta la forma più nefasta di governo. L’eccesso di libertà induce i cittadini a consegnarsi a un difensore, solitamente un demagogo, il quale sollecita le istanze irrazionali degli individui e riesce a farsi consegnare «democraticamente»  il potere, trasformandosi in tiranno ed eliminando tutte le libertà della democrazia.

Si rammenta, a tal proposito, come già Platone propugni l’opportunità di attribuire il potere ad una élite, costituita da filosofi, capace e competente. Infatti, secondo Platone le anime della maggioranza dei cittadini sono dominate dalle parti irrazionali. Ciò significa che in questi individui gli interessi privati, i desideri, la pretesa di autoaffermazione prendono il sopravvento nei confronti dell’orientamento al bene generale. Solo coloro nei quali prevale l’istanza razionale, cioè i filosofi, possono assumere legittimamente il governo della città, perché solo loro sono in grado di universalizzare le proprie decisioni, cioè di agire nell’interesse collettivo, prescindendo del tutto dalla democrazia, che è di fatto governata comunque dai ceti meno abbienti.

Nelle moderne democrazie parlamentari tutto è, ovviamente, infinitamente più complesso ma il criterio ordinario di accesso al ceto politico rimane quello della appartenenza ai ceti economicamente medio alti. Non fosse altro che per gli elevati costi che i candidati tendono ormai ad affrontare per farsi eleggere, ad esempio, in Parlamento.

E’ come se aleggiasse sempre una ferrea legge che porta, in ogni circostanza ed in ogni contesto,  al riaffermarsi di una élite che si pone in posizione dirigente e al tempo stesso assume ed esercita privilegi.

Nella stessa direzione, che alla fine porta alla limitazione della validità ed efficacia sostanziale della democrazia, va annoverato il sempre psofisticato ricorso a leggi elettorali di tipo maggioritario, che tendono a «razionalizzarl’espressione della «volontà popolar, evitando che essa si esplichi allo stato puro: limitando l’arco delle opzioni. Con esse, si induce l’elettore a scegliere, se vuole esprimere un voto «utile», solo e soltanto tra alcune ben determinate opzioni. E poiché le opzioni «utili» convergono comunemente verso il centro, la cui conquista è, nei paesi ricchi, la vera posta elettorale in gioco, è tendenziale che gli eletti, dato anche il costo della elezione, appartengano, per lo più, ai ceti medio alti, tradizionalmente moderati. Così si determina daccapo, per altra via, l’emarginazione dei ceti meno «competitivi» e il drastico ridimensionamento della loro rappresentanza.

Peraltro, è sempre opportuno ricordare che democrazia non significa di per sé «governo della legge», né essa comporta necessariamente l’osservanza in ogni circostanza delle norme.

Né si può affermare che democrazia significhi regime politico fondato esclusivamente sul consenso, solo perché tutti i regimi «plebiscitari» si sono fondati e si fondano sul consenso. Peraltro, il concetto di consenso è vago e superficiale, quantunque di moda. L’essenziale è capire come il consenso viene conseguito, dato che la discriminante tra conquista e manipolazione dell’opinione pubblica è assai tenue. Anche il fascismo, al tempo suo, seppe «conquistare» il consenso. Difficilmente però lo si arruola tra i casi rientranti  nella tipologia democratica.

In realtà, tutte le aporie che sorgono dai fallimentari tentativi di dare una definizione peculiare della democrazia nascono dal fatto che non si prende atto volentieri del dato sostanziale: che cioè anche le cosiddette democrazie si fondano sul predominio di élites. Raymond Aron (cfr. «Del carattere oligarchico dei regimi costituzionali­ pluralistici», in «Teoria dei regimi politici»), osserva acutamente, e pur tuttavia in un contesto mirante a connotare positivamente i sistemi «costituzional-pluralistici», che «non è possibile concepire un regime che in un certo senso non sia oligarchico».

E lo spiega osservando: «l’essenza stessa della politica è che le decisioni vengano prese non dalla collettività, ma per la collettività», riconoscendo il carattere sostanzialmente oligarchico anche dei regimi di tipo parlamentare.

Del resto, il principio democratico(un uomo/un voto) non sembra più archiviabile in modo diretto e palese. Inoltre, appare più suadente  una situazione in cui anche chi viene deprivato del proprio peso politico venga portato ad accettare il proprio «declassamento» in base al convincimento che la «governabilità» sia pur sempre un valore per tutti (anche se essa di fatto consista nella più spedita gestione del potere da parte dei ceti più forti).

Ciò senza contare che, comunque, i poteri davvero decisivi sono oggi sottratti al predominio degli organi elettivi (Parlamenti), e sono confortati dal plebiscito dei mercati, non da quello dei voti.

Prof. Avv. Roberto Varricchio

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