La crisi economica e l’’astensionismo

Secondo il Rapporto SVIMEZ 2014, in Italia, dal 2008 al 2012, sono aumentate del 7% le famiglie in stato di “deprivazione materiale severa”, cioè che non riescono, ad esempio, a pagare l’affitto o il mutuo, fare una vacanza di una settimana una volta l’anno fuori casa, pagare il riscaldamento, fronteggiare spese inaspettate, e che non hanno l’automobile, la lavatrice, il telefono, la TV, e fanno fatica a fare un pasto di carne o pesce ogni due giorni. In Italia, oltre due milioni di famiglie si sono trovate a partire dal 2013 al di sotto della soglia di povertà assoluta.

Nel 2014 il Pil (Prodotto interno lordo) è stato ancora in calo, con una sensibile differenza tra la stazionarietà del Centro-Nord (0%) e la flessione del Sud (-1,5). Forbice che si è ancora più divaricata nel 2015. Inoltre, il Sud è a rischio di desertificazione umana e industriale, dato che si continua a emigrare in cerca di lavoro e a non fare figli.

Il complesso di questi fattori problematici, unito alla disaffezione crescente nei confronti degli esponenti del mondo politico, ha inciso ed incide in maniera rilevante sulla partecipazione, finendo per innalzare inevitabilmente le percentuali di astensionismo ad ogni tornata elettorale. Il fenomeno è particolarmente marcato in Italia, ma si registra anche in molte altre parti dell’Europa. Gli ultimi dati della affluenza alle urne nel nostro Paese attestano il trend in tal senso. Infatti, in Italia, alle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013, gli aventi diritto che si sono recati alle urne per le elezioni della Camera sono stati il 75,17% degli elettori, a fronte di una affluenza per le omologhe votazioni del 2008 stimata nel 80,50%. Al Senato si è registrato il 75,19% di votanti, in calo rispetto al risultato definitivo (80,46%) di cinque anni prima. E’ crollata di 5 punti percentuali l’affluenza alle urne rispetto alle politiche del 2008.

La disaffezione alle urne è stata sostanzialmente confermata anche dall’ultima tornata elettorale per l’Europa e per le Regionali 2014-2015. L’Istituto Cattaneo di Bologna ha effettuato alcune elaborazioni sul dato dell’affluenza al voto alle elezioni europee del 22-25 maggio 2014. Complessivamente, sono andati a votare il 43,1% degli elettori nei 28 paesi membri, confermando il dato delle precedenti elezioni del 2009 (43,0%).Il trend di diminuzione che, dall’elezione iniziale del 1979, aveva sempre accompagnato l’appuntamento europeo si è quindi fermato. Ma nonostante si sia votato per la prima volta, sebbene indirettamente, anche per il candidato alla presidenza della Commissione europea, l’interesse degli elettori si è rivelato ancora una volta estremamente basso. Il dato complessivo della partecipazione riflette comunque profonde differenze nazionali. Come in tutte le elezioni precedenti, l’affluenza è stata più alta nei paesi a voto obbligatorio (Belgio, Lussemburgo) e a Malta (74,8%). L’Italia si è posizionata al quarto posto con il 58,7%,un dato analogo a quello raggiunto in Grecia (58,2%). L’Italia continua, quindi, ad occupare le prime posizioni nella graduatoria della partecipazione, ma il trend mostra una forte involuzione. Per la prima voltain un’elezione nazionale i votanti sono scesi sotto il 60%.Nel confronto con il 2009 il calo è stato di ben 7,7 punti percentuali, più significativo di quello che si era registrato nel 2009 (-5,4 punti percentuali rispetto al 2004). Un andamento preoccupante, se si considera che solo Lettonia, Cipro e Repubblica Ceca hanno fatto peggio. Nell’arco di 10 anni la partecipazione alle europee è scesa in Italia di 13 punti percentuali. Se si assume come riferimento l’elezione del 1979, e si confrontano quindi solo gli stati membri che hanno votato sin dall’inizio, il crollo della partecipazione in Italia risulta di 26,9 punti percentuali,un’evoluzione estremamente negativa non raggiunta da nessun degli altri 8 paesi (in media il calo è stato di 7 punti percentuali).

L’Italia perde quindi terreno sia guardando al dato di lungo periodo sia anche nel breve periodo. Se, nel primo caso, l’arretramento può dipendere in qualche modo dal valore di partenza (particolarmente elevato) della partecipazione, che rifletteva l’eccezionale livello di mobilitazione raggiunto nel nostro paese, la performance negativa rispetto al voto del 2009 segnala la persistenza di una grave crisi di legittimità del voto. Stessa tendenza si è registrata per le elezioni Regionali del novembre 2014 e per quelle di maggio 2015. Circa un italiano su due ha infatti disertato le urne. In Emilia si è registrato un forte calo dell’affluenza: ha votato solo il 37,67% degli aventi diritto, il 30,3% in meno rispetto all’ultima tornata del 2010 (68,06%), quando si votava anche di lunedì. In Calabria, invece, si è recato alle urne il 44,1% degli elettori contro il 59,26% registrato nel 2010. In Toscana gli aventi diritto che sono andati ai seggi per scegliere il presidente della Regione sono stati solo il 48,24% contro il 60,92% delle Regionali del 2010: un calo verticale del 12,68%. In Liguria il dato è del 50,67% contro il 61,9% di cinque anni fa, quindi l’11,3% ha disertato il voto. In Veneto ha votato il 57,16% degli elettori contro il 65,06% del 2010. In Umbria l’affluenza è stata del 55,42% contro il 65,38% di cinque anni fa. Nelle Marche solo il 49,78% degli elettori è andato alle urne: nel 2010 era stato il 62,8%. In Campania la percentuale è stata del 51,9%, che si confronta con il 61,3% di cinque anni fa. In Puglia il dato è del 51,1% contro il 62,29% del 2010.

Il risultato generale attesta, dunque, un crollo dell’affluenza alle urne per le consultazioni regionali, pari al 52,2%, contro il 58,6% delle Europee del 2014.

Dinanzi ai dati sopra richiamati è il caso di domandarsi se possa definirsi sana una democrazia in cui i rappresentanti vengono scelti da meno della metà dei rappresentati ed in cui il voto viene spesso disatteso, se non addirittura tradito, da una classe politica da più parti accusata di essersi ridotta ad una “casta”, in un graduale avvitamento autoreferenziale che acuisce sempre più il distacco esistente fra i palazzi tradizionali del potere ed i cittadini comuni.

In questo contesto dilaga la cosiddetta “antipolitica”, basti pensare ai numerosi movimenti antisistema che, negli ultimi anni, sono emersi soprattutto in Europa.

Ma, se la democrazia è malata, può l’antipolitica rappresentare la cura? Basterà mandare a casa tutti gli attuali parlamentari perché la situazione cambi in meglio?

A prescindere da qualsivoglia opzione politica, è sempre più evidente che i livelli patologici di astensionismo sono il sintomo di un malessere più profondo, che investe i fondamenti stessi della democrazia rappresentativa, come è dimostrato proprio dall’affermarsi dei movimenti di protesta. La maggior parte di chi non va a votare è probabile che non lo faccia per disinteresse verso la politica: al contrario, i cittadini per lo più protestano perché vorrebbero avere un peso maggiore nelle decisioni che riguardano il loro presente e il loro futuro, un ruolo da protagonisti che oggi non hanno e che non può limitarsi nell’apporre una croce su una scheda elettorale una volta ogni tanto. Tanto più che gran parte della popolazione non si sente più rappresentata dai candidati proposti dai partiti.

Ma fino a che punto si può ritenere che gli eletti non siano oggi rappresentativi degli elettori?

Può davvero affermarsi senza timore di smentita che i politicanti non siano lo specchio di coloro che sono chiamati a rappresentare?

Prof. Avv. Roberto Varricchio

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