La funzione della politica tra individualismo e collettività

La distinzione fra sfera privata e sfera pubblica ha origini antiche. Essa risale all’oikos greco, la famiglia domestica, e all’ekklesia, il luogo della politica, dove si affrontavano e si risolvevano le questioni che riguardavano tutti i membri della polis. Ma, fra l’oikos e l’ekklesia, i greci situavano una terza sfera, quella della comunicazione tra le prime due, e cioè l’agorà. Sfera il cui ruolo maggiore non era quello di tenere separati pubblico e privato e di salvaguardare l’integrità territoriale di ciascuno, ma di assicurare un traffico fluido e costante tra l’uno e l’altro.

L’aspettativa, nell’agorà, era che gli interessi privati si adattassero ai bisogni, alle esigenze e alle pressioni della sfera pubblica. L’agorà era in primo luogo uno spazio in cui il filo tagliente di interessi tra loro incompatibili veniva smussato, le pressioni contraddittorie venivano equilibrate, i sogni ed i desideri venivano livellati e modellati in modo tale da formare un tutto armonico. Era una camera di decompressione per smussare la disparità strutturale fra pubblico e privato, dove il primo guidava ed il secondo era guidato, in un rapporto asimmetrico del tipo insegnante/allievo, genitore/figlio.

Il modo in cui tante monadi cercano, invece, oggi di ricostituire una sorta di collettività è ricorrere a forme di relazione quali la contrattazione, la negoziazione e la transazione. Si tratta però di azioni che non appartengono precipuamente alla sfera sociale e politica bensì a quella economica. Oggi, non a caso, il politico si plasma ad immagine e somiglianza del mercato, al punto da assorbirne addirittura le modalità di interazione.

A tal proposito, non è fuori luogo parlare di “decostruzione della politica”, proprio al fine di mettere in evidenza l’enorme incidenza dei mercati finanziari e commerciali nella costituzione dell’agenda politica. Agenda politica che invece dovrebbe essere scandita dal perseguimento dell’interesse pubblico.

Senonchè, oggi, essere di “pubblico interesse” ha assunto una valenza paradossalmente deteriore. Significa saper suscitare curiosità in un gruppo di spettatori, quantitativamente definiti come audience, fruitori televisivi del sociale. “Pubblico” diventa allora un insieme confuso di preoccupazioni e problemi privati, da condividere con gli altri per il fatto stesso che anche gli altri ne hanno di simili. È risaputo che ciascun individuo ha bisogno di vincere la paura della solitudine, ma invece di condividere tale paura intessendo rapporti di solidarietà, ci si accontenta di sentirsi in compagnia di altri simili con più o meno le stesse ansie e preoccupazioni. Condividere però non significa semplicemente stare in compagnia, la condivisione rimanda inevitabilmente alla creazione di stabili relazioni di solidarietà. Senza di esse, le monadi sono destinate a rimanere drammaticamente sole!

Invero, il privato è straripato nel pubblico, lo ha inondato di emozioni e di preoccupazioni personali e familiari. Il futile chiacchiericcio ha preso il posto o si è integrato con impegnativi confronti sulla gestione della cosa pubblica. Sono stati abbattuti i consueti confini fra i due campi, confini che esistevano geneticamente perché riguardanti sfere d’azione con modalità di interazione differenti.

Ne è conseguita una confusione di ruoli e ambiti di azione, che ha portato inevitabilmente a una situazione destabilizzante. Niente a che vedere con un proficuo incontro tra privato e pubblico!

Recuperare una camera “iperbarica” di natura similare all’antica agorà assurge allora oggi al rango di priorità, al fine di conferire senso al tempo ed al pensiero “politico”.

L’agorà, quindi, come ambito in cui i cittadini decidano il significato da dare al concetto di bene comune e il modo per realizzarlo. L’agorà come territorio di transito, ricco di tensioni e mediazioni, alla stregua di ciò che avviene in un dialogo, strumento di cooperazione e di compromesso. Un luogo di scontro ed incontro, quindi, per equilibrare, livellare e modellare forze contrastanti, da armonizzare secondo codici accettati, condivisi e rispettati.

L’agorà si delinea allora come campo d’azione pluralista, aperto ad accogliere situazioni ed occasioni non completamente prevedibili, come presupposto per far sì che gli individui interiorizzino norme che guideranno la loro attività pratica. Tali norme sono frutto di una “agenda” e di un “codice” definiti dalla legislazione, ma accade spesso che la definizione dell’agenda e del codice venga deregolamentata e lo Stato, rinunciando alle sue prerogative, subisca l’impatto coercitivo-educativo di forze non politiche, bensì finanziarie e commerciali.

Così però si torna al punto critico di partenza: il politico ha da tempo abdicato, lasciando il campo libero ad altre forze che propongono il proprio “codice”. Questo codice induce a trattare il mondo come fosse in primo luogo un contenitore di potenziali oggetti di consumo. Il principio del consumo favorisce la ricerca della soddisfazione e spinge gli individui ad identificare nella comparsa di desideri, che esigono di essere appagati, la regola guida della vita di chi deve operare delle scelte. Ciò porta ad uno sfrenato individualismo.

È il caso invece di favorire e di valorizzare i legami sociali. Non è possibile ridurre la società alla sola crescita dell’individualismo. Invero, le pratiche di scambio, di dono, di solidarietà ci sono, ma c’è una crisi di rappresentazione a vantaggio dell’ideologia dominante che va1orizza il mercato, l’interesse privato, il consumo fine a se stesso.

V’è dunque l’esigenza di favorire il diffondersi di pratiche animative, di pratiche che favoriscano circoli virtuosi di confronto e sviluppo, che conducano ad una maggiore conoscenza reciproca, per vivere situazioni più concrete e reali, in cui la sfera privata trovi un reale e costruttivo punto di incontro con la sfera pubblica propriamente detta.

 Prof. Avv. Roberto Varricchio.

 

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