TRE VERDETTI PER UNA GIORNATA

In attesa di un Sampdoria – Empoli che poco ha da aggiungere alla storia della decima giornata di serie A, il turno infrasettimanale va in archivio emettendo tre verdetti sostanziali.

La Roma ha gettato la maschera e si candida senza mezzi termini al ruolo di lepre. Il perentorio 3 a 1 con il quale l’undici di Garcia liquida la pratica Udinese (2-0 nei primi 9′) le consente di allungare sul nutrito gruppetto di inseguitori, e di alimentare quella consapevolezza e quella confidenza nei propri mezzi che erano mancate nella prima fase del girone. Se è vero che sono 9 i punti in meno rispetto ai 30 della straordinaria striscia del 2013/14, è pur vero che i giallorossi, assieme al Napoli di Sarri, hanno dimostrato di poter esprimere le geometrie e le soluzioni più interessanti, moderne, efficaci. Senza contare che all’appello mancano ancora i goal di un tale Edin Dzeko, vero colpo del mercato estivo. Chissà che il bosniaco non si sblocchi proprio sabato sera nel big match di San Siro, tra il migliore attacco e la migliore difesa, per concretizzare quello che sarebbe il primo significativo tentativo di fuga.

Chi al momento non ha di questi problemi è il Napoli. Che si conferma “quasi prima” forza del campionato. E questo è il secondo verdetto. Tanto si è detto dell’ottimo Sarri che, con umiltà e modestia, impastate con sapienza calcistica e tanta gavetta, è riuscito a sfornare una squadra gustosa come un babà. Troppo poco si è discusso del valore del terminale di attacco dei partenopei. Diciamolo chiaramente: Gonzalo Higuaín è il prototipo del centravanti puro. Movimenti, intelligenza tattica, tecnica e fiuto del goal sono da primo della classe, forse insidiato solo da Lewandowski e Luis Suarez. E se la serie A può vantare un attaccante di tale caratura, che senza ombra di dubbio partirebbe titolare in ogni squadra del pianeta, va riconosciuto il giusto merito al presidente De Laurentiis, che nell’estate ha trovato gli argomenti giusti per silenziare le sirene d’oltremanica e trattenere a Napoli il fuoriclasse argentino.

Siamo al terzo verdetto. Negli ultimi quindici anni, mai il baricentro della serie A era stato così distante dall’asse MI-TO. Non ingannino il secondo posto dell’Inter o la seconda vittoria in tre giorni del Milan. All’ombra della Madonnina la nebbia sembra ancora abbastanza fitta. L’Inter tarda più del previsto a trovare un’identità di squadra ed una convincente architettura di gioco. Non tanto in fase difensiva, quanto nella proposta di calcio in mezzo al campo. Tutto lascia intendere che a gennaio Mancini punterà a reinnestare, proprio in quella zona, i neuroni dei quali si era deliberatamente privato ad agosto lasciando partire Kovacic e Hernanes. Non gioisce neanche l’altra sponda del Naviglio. Il successo casalingo contro il Chievo è poco più di un brodino caldo per l’influenza rossonera. Le idee non mancano al Milan di Mihajlovic, ma carattere, solidità difensiva e continuità di prestazioni ancora sì. Proprio le caratteristiche sulle quali la Juventus aveva fondato la sua recente epopea. Una Signora troppo evanescente  e troppo impalpabile per essere vera. Nella giornata nella quale Chiellini si vede sventolare in faccia il primo cartellino rosso dal 2007 (Parma – Juve 2-2), i bianconeri cadono sotto una magistrale punizione di Sansone. Una “maledetta” alla Pirlo, come una beffa. Con il passaggio del girone di Champions League ipotecato, gli undici punti che dividono la squadra di Allegri dalla vetta non rappresentano un gap incolmabile. Certo, è quanto mai indispensabile cambiare subito passo e ritrovare il migliore Pogba, per inseguire quella che avrebbe sempre più i connotati di un’impresa.

C’è infine una postilla alla sentenza della decima giornata. Al calcio d’inizio, erano cinque le squadre (Roma, Napoli, Fiorentina, Inter, Lazio) che potenzialmente avrebbero potuto ritrovarsi in testa a pari punti al fischio finale. Non era mai successo nella storia della serie A a 20 squadre, e con i tre punti in palio. I contenuti tecnici e tattici di questi primi dieci turni sono in decisa controtendenza con quanto proposto dalla media dei team negli ultimi campionati. Forse è ancora poco per riempire nuovamente gli spalti dei nostri stadi, ma il paziente dà segni di vita. È fondamentale che anche i dottori, che in campo non ci vanno, facciamo la loro parte. Il calcio italiano non è (ancora) morto.

(Foto: Ansa)

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *