DA TESTACCIO ALLA PREMIER. STORIA DEL NORMAL ONE

Valencia. Rimonta. Biscotto. Alzi la mano chi non sta pensando a Valentino Rossi, visualizzandone immediatamente il malinconico sorriso all’ingresso del paddock del Ricardo Tormo. Pochi, pochissimi, si possono contare. E con ogni probabilità le sparute braccia levate all’aria saranno concentrate nei metri quadrati a ridosso del centro storico di Roma che vanno da Via Marmorata all’ex mattatoio. Testaccio, rione natale di Claudio Ranieri, il “Normal One”. Ma andiamo con ordine.

Valencia. Dopo gli anni da calciatore trascorsi tra la sua Roma e Palermo, passando per Catanzaro e Catania, Ranieri muove i primi importanti passi da allenatore a Cagliari dove ottiene due promozioni consecutive dalla C alla A, ed una salvezza nella massima serie con una prima importante cavalcata partendo dall’ultimo posto dopo 22 giornate. La  crescita prosegue a Napoli, con un quarto posto ed il ritorno in Europa e a Firenze, con un bottino di una promozione in A, una Coppa Italia ed una Supercoppa italiana. Ma è a Valencia che Ranieri si affaccia per la prima volta sul panorama del calcio internazionale che conta, riuscendo oltretutto a vincere una Coppa del Re, primo trofeo estero della carriera. Se Valencia è stata determinante per Ranieri, così il tecnico romano lo è stato per la società spagnola. Dura due anni la prima avventura iberica di Sor Claudio, ed è con lui che i vari Cañizares, Carboni, Mendieta, Claudio Lopez, giungono a maturazione. Il processo continuerà sotto la direzione di Cuper, e per due anni consecutivi i suoi ragazzi si fermeranno ad un passo dalla vittoria finale in Champions League. Qualcosa di molto simile accadrà più tardi al Chelsea di Abramovich, dove Ranieri si troverà a fare da apripista ai successi di Mourinho. A testimonianza del fatto che la sua sfortuna è sempre stata non incontrare presidenti particolarmente pazienti. Ranieri tornerà a Valencia nel 2004 per sostituire Rafa Benitez. Giusto il tempo di vincere una Supercoppa europea ed essere esonerato qualche mese dopo.

Rimonta. Nella sua ormai trentennale carriera, Ranieri più volte ha dimostrato di esserne capace. Quella che però è impossibile dimenticare ha come ambientazione la sua Roma. A coronamento del sogno di una vita, vi arriva nel 2009, a campionato iniziato da due giornate, al posto dell’esonerato Spalletti. Lo spogliatoio è composto da talenti di indiscutibile valore assoluto, ma che sembrano faticare oltremodo a recuperare il bandolo della matassa e le geometrie di una delle squadre più belle ed efficaci che la serie A ricordi. È il 29 ottobre e la Roma perde 2-1 al Friuli. I punti di distacco dall’Inter capolista sono 14. Da qui in avanti i meriti del testaccino. Ranieri non demorde, concentra ogni energia nel recupero più psicologico che fisico dei suoi capibranco, strappa ogni calendario dai muri di Trigoria e costringe tutto il pianeta giallorosso a ragionare esclusivamente sul brevissimo termine. E così, partita dopo partita, quei 14 punti cominciano a sgretolarsi uno a uno. Inesorabilmente. Fino all’11 aprile. L’Inter, evidentemente in affanno per la corsa sui tre fronti e con la testa già al Barcellona, ha pareggiato 2-2 contro la Fiorentina di Prandelli nell’anticipo del sabato. La Roma, lanciata a 100 all’ora, serve per il break point che può essere definitivo. L’Olimpico è una bolgia, e quando Cassetti insacca il 2-0 per i giallorossi, i sismografi di mezza Italia registrano uno sciame anomalo e stranamente localizzato. Finirà 2-1. A cinque giornate dal termine la Roma è avanti di un punto. Lungo tutta la rincorsa Ranieri, come un mantra, ha sostenuto che solo l’Inter può perdere quel campionato.

Biscotto. Ora è tutto nelle mani della Roma di Ranieri, che nel posticipo della sedicesima di ritorno ospita la Samp di Pazzini e dell’ex Cassano. Nel pomeriggio l’Inter di Mourinho ha liquidato la pratica Atalanta con un secco 3-1. Davanti alla TV il massimo cui i nerazzurri possono sperare è un pareggio. Le cose di mettono subito bene per i giallorossi che chiudono un primo tempo dominato avanti di una lunghezza. Come spesso nel tennis, match dal finale scontato mutano direzione al rientro da un’interruzione, così la storia già scritta dell’AS Roma rimane impigliata in qualche vuoto spazio-temporale degli spogliatoi dell’Olimpico. Quelli che rientrano in campo non sono gli stessi undici del primo tempo ma delle maldestre controfigure. Che qualcosa sia cambiato lo si intuisce quando Pazzini insacca di testa il gol del pareggio dopo aver riscritto la legge di gravità. Che tutto sia drammaticamente ribaltato è confermato dalla doppietta del sampdoriano al 40′ del secondo tempo. A primavera inoltrata, l’Olimpico è il regno di ghiaccio. L’Inter è di nuovo avanti. Ed a gelare il sangue di Ranieri e dei romanisti è l’idea che l’ultimo potenziale ostacolo per gli avversari, sul pavè che cobduce allo scudetto, si chiami Lazio. 2 Maggio, ancora l’Olimpico. La Lazio di Reja non ha più nulla da chiedere al campionato e tre giorni prima l’Inter ha scritto una delle pagine più memorabili della sua storia eliminando il dream team catalano. Per quel paradosso sportivo e sociale al tempo stesso che è il calcio vissuto all’interno del G.R.A., è impossibile anche solo concepire che la Lazio provi a mettersi di traverso sulla strada del triplete, favorendo così gli odiati vicini di casa. E quando in chiusura di primo tempo, puntuale come una cartella di Equitalia, Eto’o mette alle spalle di Muslera, il digestivo è servito. Di biscotto parleranno giornali e media estranei alle dinamiche calcistiche capitoline; per intenderci quelle all’ordine del giorno nei bar del Testaccio di Ranieri. E la conferma è tutta nelle dichiarazioni dell’anima romana dello spogliatoio giallorosso incarnata da Totti e De Rossi: “Al posto loro avremmo fatto la stessa cosa”.

Oggi Ranieri allena il Leicester secondo in Premier League, dopo dodici giornate, ad un punto dal tandem Manchester United – Arsenal. L’obiettivo stagionale fissato dalla presidenza rimane una tranquilla salvezza. Ma, si sa, l’appetito vien mangiando. E quando sei abituato alla carbonara di Perilli, non ti tiri certo indietro. Se solo avesse il piglio guascone di Valentino Rossi potrebbe togliersi qualche sassolino dalla scarpa e concedersi una piccola ma legittima rivincita nei confronti dell’acerrimo Special nemico Mourinho, sprofondato a tre punti dalla retrocessione, alla guida del faraonico Chelsea.  Ranieri è professionista saggio ed esperto e non ci pensa nemmeno. Sa che la storia di un campionato può cambiare in quindici minuti. Approfittando della domenica libera, avrà sicuramente deciso di accomodarsi in poltrona e sintonizzarsi sulla MotoGP. E chissà, ridacchiando, tra sé e sé per un attimo avrà pensato “solo Valentino può perdere questo mondiale”.

(Foto: Skysports)

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