II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C (Gv 2, 1-11)

A Cana di Galilea il grande “segno” – il primo e l’archetipo dei sette segni giovannei atti a presentare il Cristo glorificato – non consiste tanto nell’acqua mutata in vino, quanto piuttosto nella proclamazione di una alleanza sponsale, disattesa dalla religione del Tempio, profeticamente annunciata e ora finalmente realizzata in Gesù Cristo. Il messaggio dell’Epifania ci rivela che quel resto fedele della Israel (in ebraico è femminile) ha preparato i “tempi nuovi” di una umanità nuova, perché si è lasciata alle spalle la religione dei precetti e della purificazione e ha reso possibile l’apertura del messaggio salvifico a tutte le genti (come i magi e i pastori); la teofania del Battesimo di Gesù ci ha rivelato i cieli squarciati dalla misericordia di Dio; il prodigio di Cana completa l’Epifania di Dio in Gesù Cristo nel dichiarare che Dio ama il suo popolo come lo sposo ama la sposa.

L’evangelista Giovanni proclama che a Cana di Galilea le nozze di Dio con l’umanità sono rese possibili dal superamento della Legge, perché il “terzo giorno” rivelerà l’ora della Pasqua di Gesù, Tempio di carne che risorge il terzo giorno e che abbatte il tempio di pietra. La “madre” (la Israel) è presente al banchetto in virtù della sua fedeltà a cogliere il kairòs, cioè il tempo compiuto del banchetto messianico.  Gesù vi partecipa, perché invitato al momento giusto, cioè proprio quando manca il vino. Dio, che aveva voluto più volte e in diverse occasioni stipulare un’alleanza di amore sponsale con il suo popolo, non aveva potuto farlo a causa della durezza di cuore di Israel, priva di vino, cioè di gioia. La Legge con i suoi minuziosi e pedanti precetti non gli aveva permesso di cogliere la gioia di essere popolo privilegiato. Il vino è la gioia che non deve mai mancare a coloro che nell’amore che si dona vogliono dire la loro promessa di fedeltà allo Sposo. Alle nozze non c’è vino e le giare sono vuote, poiché la Legge ha esaurito la sua funzione e si è rivelata fallimentare. Perciò, non si rifletterà mai abbastanza sul tipo di rapporto che abbiamo con Gesù. Il timore può salvarci, ma non è sufficiente alla nostra gioia e dista proprio tanto dal nostro essere immagine e somiglianza di Dio.

“Che tra me e a te donna” (v. 4), dice Gesù alla madre. “La mia ora non è ancora giunta”, infatti giungerà pienamente solo sulla croce. Ma tale affermazione può anche rivelarsi una domanda: La mia ora non è forse giunta? Eccomi, facciamo festa. Certo, potremmo dire anche noi: Che tra me e te Gesù di Nazareth, come l’indemoniato di Gerasa. Eppure questa distanza è stata abbattuta, perché è Gesù stesso che si è rivelato a noi e viene a intrattenersi con noi tutte le volte che lo vogliamo.

Di: P. Francesco Marino O.P.

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