LA DONNA DI OSTUNI

Il  prof. Donato Coppola, del dipartimento di Scienze dell’antichità dell’Università degli studi di Bari e la sua equipe, il 24 Ottobre del 1991 hanno effettuato un ritrovamento  che possiamo affermare essere unico: quello di una donna morta circa 28 mila anni fa, con in grembo il feto del suo bambino di 8 mesi. Tale datazione è stata sostenuta nel dicembre 2010 dall’Università di Lipsia (Sassonia), specializzata nello studio dell’età partendo dalle analisi delle ossa. Il reperto, chiamato in principio “Delia”, poi catalogato come “Ostuni 1” è stato esposto nel museo delle civiltà preclassiche della Murgia meridionale presso la chiesa di San Vito Martire, nel cuore del centro storico di Ostuni; nel Museo sono raccolti essenzialmente reperti risalenti ai periodi preistorico e messapico. Il reperto è stato denominato così  in quanto nello stesso sito  è stato ritrovato anche lo scheletro di “Ostuni 2”, un cacciatore adulto,  datato a 30 mila anni fa, quindi di un’età antecedente a quella della donna.

Lo scheletro della donna, di circa vent’anni e, del suo feto che portava in grembo, sono eccezionalmente ben conservati, questo è l’unico esempio al mondo di figura femminile gravida appartenente al periodo paleolitico. Delia era alta, slanciata e apparteneva a un clan di cacciatori, morì nel tentativo di dare alla luce il proprio figlio. Il corpo della giovane madre è stato sepolto in posizione rannicchiata, con la mano sinistra posta sotto il capo e con la mano destra, adorna di un bracciale, adagiata sul grembo. Il ritrovamento dei reperti, in una grotta  scavata dal mare nei pressi del santuario di Santa Maria d’Agnano, a Ostuni, fu eseguito dal prof. Coppola e dalla sua equipe; il sito archeologico è di grande importanza per la ricostruzione della storia della zona. Si è stabilito, in base agli studi fatti sulla base dei carboni contenuti nella fossa della sepoltura, che già 30mila anni fa la zona era abitata da tribù di cacciatori  e  dai ritrovamenti effettuati si evince anche  che sia stato un luogo di riti e culti dedicati ad un’immagine femminile. Proprio il ricco corredo funerario ritrovato, in modo particolare, l’elaborato copricapo di circa 600 conchiglie ( tale copricapo è simile a quello della “Venere di Willendorf”,una delle più famose statuette del paleolitico alta 11 cm.) e un braccialetto anch’esso fatto di conchiglie, porta a credere che il seppellimento di «Ostuni 1» non fosse limitato alla sola sepoltura, ma che proponesse una sorta di “divinizzazione” della maternità incompiuta e con essa la consapevolezza della morte e l’ anelito all’immortalità tramite la sepoltura, segno che tra gli uomini della preistoria comincia a svilupparsi l’idea della morte come termine ineluttabile della vita e si inizia a porre più attenzione al corpo del defunto.

La grotta è poi diventata meta di culto anche nell’età cristiana.

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