II DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – Gv 20, 19-31

Le due apparizioni di Gesù Cristo risorto narrate dall’evangelista Giovanni manifestano il gaudio di coloro che sperimentano i frutti di una autentica sequela. Ogni giorno, infatti, il Risorto “sta” in mezzo alla sua comunità, senza limiti e con le paghe visibili delle mani e del costato. Da un capo all’altro del mondo ciascun cristiano può vivere, a partire da se stesso, la promessa del Maestro. In una comunità di discepoli paralizzati da dubbi e paure, sospettosi e ripiegati su se stessi, Gesù rende visibile e compiuta la potenza delle sue parole. Le sue mani e il suo costato grondano di luce. Le prime hanno guarito, sanato, purificato e benedetto senza risparmiarsi e costituiscono, pertanto, l’identità di Gesù e, insieme con Lui, di tutti gli uomini che servono sull’esempio del Maestro. Il secondo, invece, ha rivelato l’identità divina di Gesù, l’Inviato del Padre. La Risurrezione ci mostra le piaghe perenni dell’amore, indicandoci una via sicura per il Cielo: quella del servizio incondizionato. “Mostrami le tue mani e ti dirò chi sei stato in vita” – così ci dirà il Cristo –  perché ci riconoscerà dalle mani adoperate al servizio di coloro che aspettavano di essere amati e serviti proprio da noi.  Le piaghe del nostro Redentore non scompariranno mai come non scomparirà mai il gaudio di coloro che le contempleranno assieme al volto del Risorto. Ogni anima beata esulterà perché sperimenterà direttamente quanto sulla terra aveva vissuto.

Nell’apparizione degli «otto giorni dopo» (v. 26) ci viene presentato Tommaso il Dìdimo (il gemello), il discepolo in cui tutti possiamo riconoscerci. Noi cristiani siamo suoi “gemelli”, dal momento che tutti, come lui, attraversiamo la fase del dubbio prima di giungere alla professione di fede nel Cristo risorto. L’errore di Tommaso non è quello di aver dubitato delle parole dei suoi fratelli o di aver preteso le prove inequivocabili della Risurrezione, ma quello di essersi allontanato dalla comunità. Questa è fatta di santi e di peccatori, di scribi e di farisei che amano essere serviti piuttosto che servire. Altrettanto indubitabile, però, è anche il dato che nella comunità ci sono autentici testimoni di fede e virtuosi nascosti che non amano i riflettori. Spesso, la nostra dura cervice pretende segni – se non miracoli – immediati, come ricompensa di una preghiera stentata e meccanica o di un piccolo gesto di carità. Gesù, però, ci offre un prodigio ben più grande che è la luce divina della fede. Noi potremmo essere prontamente esauditi con il più eclatante e grandioso dei miracoli e tuttavia non essere in grado di pronunciare la professione di fede più bella di tutto il Nuovo Testamento, che è quella di Tommaso: «Mio Signore e mio Dio» (v.28). In realtà, la luce sfolgorante di Pasqua viene ad annunciarci lo shalom che vince ogni dubbio e ogni paura. Quando Gesù ci incontra, grazie al nostro lasciarci incontrare da Lui, ogni barriera è abbattuta, la porta della nostra vita è sbarrata e ogni fatica è appianata. Lasciamoci incontrare, dunque, da Gesù Cristo. Egli ci insegnerà l’amore delle sue mani e del suo costato, cioè i segni di un Dio che sa soffrire con l’uomo, di un Dio che passa attraverso la morte per donare la pienezza della vita.

Vi siete chiesti perché proprio Tommaso l’incredulo pronuncia una splendida professione di fede? La risposta è che tutti dobbiamo sempre chiedere di mettere le nostre mani nelle ferite di Cristo, perché è solo lì che possiamo essere risanati. SHALOM!

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