III DOMENICA DI PASQUA

Il brano giovanneo che la Liturgia di questa domenica ci propone ci è noto soprattutto per via della professione di amore che l’apostolo Pietro formula al suo Signore e che, in lui, tutti dobbiamo formulare e rinnovare ogni giorno. L’evangelista ci narra un’apparizione di Gesù ai suoi discepoli che può definirsi ‘feriale’, a differenza delle altre due ascoltate nel vangelo di domenica scorsa.

La narrazione è fortemente ecclesiale e simbolica. Anzitutto il mare, il luogo delle forze avverse in cui la comunità ecclesiale (rappresentata dagli Apostoli nella barca) deve portare  frutti evangelici copiosi, a patto di riconoscere la presenza del Risorto che “sta in mezzo” ai suoi discepoli. Ciò che preme a Giovanni è di svelarci come possiamo incontrare Gesù nella vita di tutti i giorni, al lavoro o in qualsiasi altro tipo di attività. Gli Apostoli hanno già incontrato il Maestro già due volte di domenica (la seconda otto giorni dopo con l’apostolo Tommaso presente) e ora lo incontrano mentre decidono di tornare a pescare.

Si tratta di una pesca simbolica, parabola della nostra attività feriale, poiché la vita dei pescatori diventati evangelizzatori è già cambiata. L’Evangelista vuol dirci che il nostro lavoro è vita e non rappresenta soltanto una risposta ai nostri bisogni, ma l’occasione di portare luce nei frangenti di tenebra con i quali dobbiamo inevitabilmente confrontarci. Giovanni annota che la pesca avviene di notte, senza la guida di Gesù. Ed il risultato qual è? Si legge: «Quella notte non presero nulla» (Gv 21, 3). Perché senza Gesù, nostro Maestro e nostra guida, la comunità pesca senza luce e secondo logiche e mentalità meramente umane. Ma i criteri umani – si sa – non pagano e non sono sufficienti. Sperimentiamo tutti i giorni che senza Cristo la nostra vita sembra incolore e insapore; senza la luce di Cristo si brancola nel buio e ci si abbandona a convinzioni personali che non vedono al di là del proprio naso; imperano l’egoismo materialista e il libertinaggio che si cela sotto il pretesto della libertà.

E invece ciò che ci viene chiesto è di fidarci di Gesù e di obbedirgli. Gettiamo le reti «dalla parte destra della barca», cioè la parte bella della nostra vita e obbediamo come Pietro al Kyrios, il Signore dell’universo e della storia, il nostro Salvatore. Noi tutti come Pietro siamo stati immersi nelle acque e ne siamo usciti purificati e tutti come lui ci siamo saziati e ci saziamo del Pane di vita.  Gesù ci attira a sé grazie al suo innalzamento pasquale e Pietro ci conferma nella fede.

Gettiamo senza alcuna paura la nostra vita nell’amore e nella compassione. Ciò che il Maestro esige è la stessa obbedienza che egli vive: l’obbedienza come comunione di vita. Solo dimorando nella comunione di amore con Gesù Cristo possiamo riconoscere la logica pasquale di una vita che si consegna nell’amore e solo a partire dal suo ineffabile amore possiamo riempire le reti di uomini e donne che, liberati dalle acque della morte, vengono attratti al Signore della vita, sulla riva di un’esistenza risorta. Ma ci pensate, amici? Siamo tutti pescatori di uomini! Non c’è onore più grande!

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