IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO C – (Gv 10, 27-30)

Gesù è il «buon pastore» e in questa domenica lo celebriamo per la sua totale bellezza, che è santità e somma bontà, contro ogni tentativo di profanazione della bellezza della creatura umana. Stando al testo greco, infatti, dobbiamo affermare che Gesù è il «pastore bello»  e che solo in lui è una luce che rischiara ogni tipo di tenebra, la «luce del mondo» (Gv 8, 12) che guarisce la  cecità materiale e ogni forma di cecità spirituale.

Nel contesto della Chanukkah, o Festa delle luci, che celebrava la liberazione del Tempio da parte di Giuda Maccabeo nel 165 a. C., Gesù proclama di essere la vera Luce del mondo, il pastore che offre la vita per le sue pecore. Egli è un pastore diverso da tutti gli altri, non un mercenario opportunista, ma un pastore che conosce il sacrificio delle pecore, essendosi fatto lui stesso agnello immolato; un pastore colmo di sollecitudine per coloro che confidano in lui e ascoltano la sua voce. Infatti, coloro che lo amano sanno riconoscere la dolcezza della sua voce, tra mille voci di sirene ammalianti. Il mondo intero con le sue lusinghe non può ne mai potrà essere così suadente e ineffabile come la voce del buon Pastore. Noi tutti possiamo essere i beati del gregge di Gesù, a patto di ascoltare la sua Parola, perché l’ascolto è fondamentale per non incorrere nel pericolo di un egocentrismo autoreferenziale, e di imparare a conoscerlo e a riconoscerlo. Gesù è un pastore unico, perché conosce ciascuna delle sue pecore e non le tratta mai come semplici numeri. E le pecore lo conoscono e fremono interiormente per lui, animate da un fuoco d’amore che nessun pastore è in grado di infondere, se l’amore di Cristo non è in lui. Tra noi e il pastore Gesù scorre un incontro di reciproca conoscenza, che è un piacersi vicendevole. Gesù è l’inguaribile innamorato di ciascuno di noi e desidera la nostra libera sequela. Le pecore che lo amano lo seguono, consapevoli di doversi lasciare attirare e afferrare dal suo amore. La cifra di una vita riuscita e lo stare libero e consapevole con la sua Persona. Stando con Gesù impariamo a donarci a lui e a donarci ai fratelli. È in questa sequela tanto esigente quanto affascinante che riceviamo la vita dell’Eterno, cioè la massima gioia che un uomo possa ricevere. Si tratta della certezza che stando con Gesù siamo con il Padre e sempre nelle loro mani e nessuno può «strapparci» dalle loro mani.

Impariamo a stare con il Pastore bello che non lascia mai perire le sue pecore e lasciamoci plasmare quali spazi sacri e dedicati a Dio, templi vivi liberi dai morsi del pane materiale e dalle effimere promesse dei dominatori di questo mondo. Con Gesù siamo chiamati a cercare la verità su noi stessi, verità che proclama anzitutto il nostro essere destinati alla grande gioia di una vita eterna. In marcia, dunque, pronti ad ascoltare la sua voce!

 

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