DAMMI IL CINQUE!

Dopo una cavalcata lunga venticinque giornate, era giusto che finisse così. La Juventus vince il suo trentaduesimo scudetto (trentaquattresimo sul campo come piace ricordare a qualche nostalgico), e lo fa in pantofole davanti alla TV, grazie al successo odierno della Roma sul Napoli. Una vera e propria festa di liberazione per i ragazzi di Allegri il quale, non più tardi di ieri sera, aveva dichiarato che la squadra si sarebbe regolarmente allenata a Vinovo, nel pomeriggio di oggi. Per il rispetto che si deve ai vincitori, facciamo ovviamente finta di credergli.

È il 28 ottobre 2015 quando una Juve spaesata ed inconcludente cade per uno a zero contro uno spumeggiante Sassuolo, uscendo dal Mapei Stadium, dopo dieci giornate, a dodici punti. Undici in meno della Roma capolista. E non è tanto la sconfitta in sé a far notizia ed a convincere anche i più ottimisti che non ci sarà più nulla da fare. Quanto piuttosto il fatto che la sconfitta maturi in inferiorità numerica per l’espulsione di Sua Santità Chiellini, che non si vedeva sventolare un cartellino rosso sotto il nasone da circa otto anni. Il vento sembra proprio cambiato. Sembra.

Accade invece l’imponderabile, ed il vento ricomincia a soffiare sempre più forte da nordovest. Per i bene informati è Gigi “abbracciatutti” Buffon il vero trigger della svolta bianconera, con la sua sfuriata contro le nuove leve, accusate di leggerezza e scarso impegno. Altri, di contro, attribuiscono connotati magici alla sagacia tattica di mister Allegri ed alla sua ritrovata capacità di compattare lo spogliatoio e leggere la partita. Altri ancora, i più maligni, accennano addirittura ad una ritrovata sintonia tra la Juve e la classe arbitrale.

Balle. Nessun trigger, nessuna magia, nessuna sintonia. Banalmente la storia ha fatto il suo corso. La serie A non è la Premier League, e la Juve non è il Leicester. Buffon, Sandro, Barzagli, Bonucci, Lichtsteiner, Kedhira, Marchisio, Pogba, Cuadrado, Dybala, Mandzukic. Diciamolo fuori dai denti: esiste veramente un undici più forte? Forse in Europa. Non in Italia. Quando poi puoi contare su “rincalzi” del calibro di Evra, Asamoah, Pereyra, Hernanes, Morata e Zaza, è verosimile che in panchina possa accomodarsi anche Oronzo Canà e vincere ugualmente a mani basse.

Complimenti quindi alla Juve. A chi l’ha pensata e costruita, in primo luogo. Certo, anche a chi l’ha diretta, gestita e messa in campo, ma con la legittima riserva imposta dal quarto d’ora di amnesia andato in scena all’Allianz Arena. Con una finale di Coppa Italia da contendere ad un Milan disastrato, l’impressione è che tutto il mondo bianconero avrebbe volentieri rinunciato alla storica cinquina, pur di riportare in Corso Galileo Ferraris la Champions League. La coppa dalle grandi orecchie, che da quelle parti manca ormai da vent’anni.

(Foto: juventus.com)

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