VENTIDUE ANNI SENZA AYRTON

Che fosse scosso dal terribile incidente del connazionale Barrichello, e da quello mortale occorso all’austriaco Ratzenberger è fuori discussione. Ayrton Senna era uomo dall’animo troppo profondo e sensibile per rimanere impassibile difronte ad una simile nefasta sequenza. Ma che l’idea di non presentarsi sulla griglia di partenza di quel Gran Premio avesse anche solo sfiorato la sua mente è assolutamente incredibile. Senna viveva per correre, per correre veloce, più veloce di tutti. E nulla avrebbe potuto distoglierlo dalla sua passione più grande. Senna era la Formula Uno. E la Formula Uno era Senna.

Non era poi così difficile voler bene ad Ayrton Senna. Non tanto, o non solo, per la sua bellezza disarmante, per la sua eleganza propria dei quartieri alti di San Paolo, per il suadente accento con il quale orlava un italiano perfetto. Quanto piuttosto per la capacità di abbattere ogni limite, di non risparmiarsi neanche con un giro di vantaggio. Per il rifiuto categorico di ogni tipo di calcolo. Non era poi così difficile preferirlo a Prost, suo acerrimo nemico e maestro del piazzamento. Lo stesso Prost che nell’89 a Suzuka non potè fare altro che stringere il compagno di squadra che tentava di sorpassarlo, causando un incidente che a conti fatti gli spianò la strada verso il titolo mondiale. Lo stesso Prost che un anno dopo, sullo stesso tracciato, subì la feroce vendetta del brasiliano.

Se n’è andato una domenica pomeriggio di ventidue anni fa Ayrton Senna da Silva. Quando il piantone dello sterzo della sua Williams decise di abbandonarlo al Tamburello. La tragedia della perdita del più carismatico dei campioni del mondo dei motori sarebbe stata meno terribile se avesse avuto come ambientazione una Magny Cours, una Spa, una Silverstone qualsiasi. Ma il destino a volte è crudele. E con lui, con i suoi milioni di tifosi italiani, lo è stato di più. Per quel fatalismo tutto brasiliano era evidentemente scritto che dovesse andare così. Che le sue ultime chicane dovessero avere come sfondo le verdi colline d’Italia. Il Paese che lo aveva accolto neanche ventenne per farlo crescere nelle categorie inferiori, e che più di ogni altro lo amava. Di un amore spassionato e ricambiato.

È di quel genio di Lucio Dalla il tributo più denso. Uno che di velocità e di campioni ne sapeva. Uno che dopo Nuvolari aveva sentito il bisogno di fotografare su di un pentagramma la grandezza e la spiritualità di Senna.

“E ho deciso una notte di maggio
in una terra di sognatori
ho deciso che toccava forse a me
e ho capito che Dio mi aveva dato
il potere di far tornare indietro il mondo
rimbalzando nella curva insieme a me
mi ha detto “chiudi gli occhi e riposa”
e io ho chiuso gli occhi”.

Gli occhi profondi e malinconici di Ayrton Senna che, da ventidue anni, mancano come ossigeno ad una Formula Uno moribonda. Gli occhi neri e intelligenti che in fondo mancano agli sportivi appassionati di tutto il mondo.

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