STORIA DELLA TRASLAZIONE DI SAN NICOLA DA MIRA A BARI

Prefazione

A tutte le Chiese di Cristo vogliamo far conoscere con questo nostro scritto le cose meravigliose, lodevoli e sante che in questi nostri tempi l’onnipotente Iddio si è degnato di concedere a noi mortali grazie ai meriti del suo beatissimo servo Nicola; come cioè i Baresi, trasportandolo per mare, abbiano portato a Bari il suo sacratissimo corpo. Qui si stanno verificando innumerevoli prodigi e stupendi miracoli. Il che non intendiamo farlo conoscere a voce o per iscritto a questa generazione soltanto, ma diligentemente trasmettere le cose degne di essere narrate anche alle future generazioni che verranno dopo i nostri tempi. Siamo infatti assolutamente certi, ed in questo la Chiesa diffusa per tutta la terra in vari modi lo ha sperimentato, che, benché la divina Maestà si è degnata di concedere generosi benefici ai fedeli cristiani per i meriti di tutti gli altri santi, lo ha fatto in modo eminente e più frequentemente per i meriti di questo Santo, quali che siano le grazie per cui viene invocato il suo nome. Infatti, troviamo che al suo nome sono dedicate più chiese nelle varie province e nazioni in cui si onora Cristo Signore che non ad altri santi. E i fedeli che celebrano la sua festa sono più numerosi di quelli che celebrano la festa di altri Santi. A chi va infatti il pensiero di coloro che nel pericolo sentono sopraggiungere tanto celermente l’aiuto dall’alto ? E ciò non lo diciamo per sminuire l’onore degli altri Santi o per ridurne i meriti per partito preso. Nostro intento è solo di proclamare le virtù di questo (Santo), ammirare la continenza e la costanza della vita, ed in questa ammirazione lodare la grazia che ha avuto presso il Signore in questa vita e quella che ha ottenuto ed ottiene nell’altra. Di conseguenza, la gioia e la solennità con cui i fedeli devono celebrare la Traslazione non deve essere minore di quella che si mostra in occasione della festa della Dormizione. I segni delle sue virtù sono ugualmente luminosi e numerosi in quella come in questa. Ed anche se dovesse accadere che non tutte le chiese celebrassero questa festività allo stesso modo, Bari e tutta la Puglia non mancheranno certamente di magnificarlo, elevando annualmente degnissime lodi ed umili preghiere. La città si è infatti arricchita di un prezioso tesoro ed è stata onorata di una grande dignità. Il che però non vuole significare motivo di contesa con altri fedeli. Vogliamo soltanto proclamare ciò che sappiamo con certezza, che da tutti è e sarà considerato fonte di ammirazione e venerazione, e che il Creatore di tutte le cose in questo nostro tempo si è compiaciuto, come si è detto, di concederci. E’ questo che ora io Giovanni, arcidiacono della Chiesa Barese, per comando del mio signore e padre Ursone, arcivescovo della chiesa di Bari e di Canosa, senz’altro mi accingo a narrare brevemente, chiaramente e secondo la successione degli avvenimenti.

I. Dopo che l’anima del beato Nicola si separò dal corpo, e fu dagli spiriti angelici collocata nel meritato riposo, molti imperatori e molti potenti tentarono in tutti i modi di estrarre i suoi sacratissimi resti dall’urna in cui erano custoditi, e di impadronirsene per trasportarli nella loro patria. Ed infatti, uno dei magnati palatini, incaricato dall’imperatore, nel cui impero si trovava la terra di Mira, di prelevare e portare quel tesoro, venne alla chiesa in cui riposava il corpo del Santo. Temendo di non poter realizzare ciò per cui era venuto, cominciò umilmente a pregare il beato Nicola, che se non intendeva permettergli di prelevare il suo corpo da quel luogo, gli concedesse almeno di vedere una particella di esso, che potesse baciare. San Nicola non volle disattendere la sua domanda, e fece ciò che gli aveva chiesto. Avvenne infatti che, mentre il sacerdote della chiesa estraeva come al solito il liquido dall’urna con una spugna, insieme al liquido venisse fuori un dente. 3 Quello, prendendolo con grande gioia, cominciò a riempirlo di baci, ringraziando Dio e il suo servo Nicola. Quindi lo rinchiuse in una cassettina d’oro e lo pose sull’altare che era lì vicino. Stando poco dopo a guardare, si accorse che dalla cassettina profluiva una gran quantità di olio. La avvolse quindi nel mantello, pensando così di custodirla meglio, senza che il liquido potesse continuare a uscire fuori. Ma, invano. Infatti, quanto più l’avvolgeva, tanto più il liquido bagnando il mantello continuava a uscire. Cominciò così a disperare di potersene impadronire di nascosto come desiderava, e fu il Signore a farglielo capire. Si dice che lo stesso S. Nicola gli apparve in sogno e, tenendo il dente nelle mani e mostrandoglielo, disse: Ecco ho soddisfatto la tua richiesta; portarlo però con te, come vorresti, non ti sarà possibile, poiché non permetto che una sia pur minima parte venga separata dalle altre mie membra. Quello poi svegliandosi, immaginando che si era trattato solo di un sogno, non ritrovò il dente dove pensava che stesse. Questo lo abbiamo trovato nei testi greci, ed abbiamo voluto premetterlo alla narrazione per spiegare come l’onnipotente Iddio per tanti secoli non avesse permesso che il corpo del suo servo fosse trasferito dal luogo ove si trovava.

II. Secondo quanto sta scritto nella storia composta dai Greci, questo santissimo vescovo era già avanti negli anni quando partecipò al concilio di Nicea, nel quale, presiedendo il beato papa Silvestro ed il grande principe Costantino, fu condannata l’eresia ariana e i suoi seguaci. S. Nicola, vivendo ancora pochi giorni dopo questi fatti, rese lo spirito al cielo, consegnando il corpo alla terra. Dal qual tempo fino alla traslazione del corpo del Santo, secondo la maniera di calcolare degli stessi greci, sono trascorse quasi 200 olimpiadi. Secondo il nostro calcolo invece, che parte dall’incarnazione del Verbo di Dio, da quando cioè è venuto ad abitare in mezzo a noi, nell’anno 1087 nella decima indizione, alcuni baresi con tre navi a scopo di commercio partirono per Antiochia. Solcando le onde a vele spiegate, i suddetti marinai, mossi quasi da divina ispirazione, cominciarono a parlare tra di loro sulla possibilità di rapire un tanto tesoro. Alcuni erano convinti che bisognasse tentare l’impresa, dichiarandosi a più riprese convinti che con l’aiuto divino sarebbe riuscita. Facevano notare tra l’altro che la chiesa era solitaria, senza clero e popolo, e quindi nessuno si sarebbe loro opposto. Altri invece erano dell’opinione di non rischiare, non essendoci speranza alcuna che un’impresa così prestigiosa e ardita potesse loro riuscire.

III. Quando poi giunsero all’altezza di Mira gettarono le ancore dalla prua, fissando le navi alla riva. Tenuto un rapido consiglio, mandarono un pellegrino, che navigava per conto suo, ad esplorare la zona. Questi, giunto nella città in cui si trovava la basilica, vide che vi erano non pochi turchi. Era morto infatti il governatore della città ed erano venuti a partecipare alle sue esequie. Avendo udito ciò, sciolte subito le vele diressero le prore verso Antiochia, raggiungendo questa città nel giro di pochi giorni. Qui trovarono una nave di Veneziani, e con loro cominciarono a parlare, come spesso accade, di varie cose. Alcuni infatti si conoscevano ed erano amici di questi Veneziani, i quali cominciarono a parlare l’un l’altro del corpo di S. Nicola. I Veneziani poi non avevano alcuna preoccupazione di rivelare ciò che stavano pensando di fare. Arrivarono perfino a dichiarare che si erano muniti di pali di ferro e di martelli, né nascosero che avevano già tenuto consiglio e deciso di tentare l’impresa. Avendo udito ciò, i Baresi desiderarono con più ardore di tentare l’impresa; e si fecero più audaci e ardenti non tanto per gloria e onore personale o per la grandezza della nostra patria, quanto per non rimediare [perdendo la competizione] una figuraccia che avrebbe attirato su di loro una serie di vituperi. Per la qual cosa portarono a termine gli affari per i quali erano partiti al fine di riprendere il mare quanto prima. 4

IV. Ciò fatto, riprendendo la navigazione e godendo del favore del vento che spingeva le gonfie vele, mentre si avvicinavano alla costa di Mira, stavano quasi per passare oltre, poiché già si erano nuovamente scoraggiati quasi che il precedente ardore si fosse intiepidito. Cominciarono dunque a dubitare, da un lato in quanto consapevoli delle difficoltà dell’impresa dall’altro perché sembrava opportuno approfittare del vento favorevole che gonfiando le vele stava rendendo prospera la loro navigazione. Stavano perciò per venir meno a quanto si erano poco prima riproposto. Ma non lo permise la divina provvidenza, che aveva stabilito che ciò doveva essere fatto. E così essi, per disposizione del Creatore che fece tornare il vento australe alle sue dimore e uscire dai suoi antri quello boreale portatore di freddo, furono costretti a fermarsi, accingendosi a fare ciò che spontaneamente non volevano fare. Mandarono quindi degli esploratori i quali, al ritorno, li informarono che la chiesa era abbandonata, senza clero e senza popolo. V’erano solo tre monaci a custodirla, e quindi nessuno sarebbe stato di ostacolo, nessuno avrebbe opposto resistenza. Considerando che, a causa dei peccati degli abitanti e per un giusto giudizio di Dio, quella regione era stata invasa da gente infedele e devastata fino alla desolazione, essi, lasciati alcuni a custodia delle navi, cominciarono ad avanzare armati e pronti al combattimento. Il timore derivava dal fatto che quella terra di cui si erano impadroniti gli infedeli era tale che dalla riva del mare fino al luogo ove erano diretti c’era una distanza di circa tre miglia.

V. Giunti finalmente ed entrati nell’atrio della chiesa, deposero le armi, scesero umilmente nel sacro tempio inchinandosi tre volte e si misero a pregare il Santo. Appena ebbero finito ciascuno le sue preghiere, senza perder tempo si accostarono ai custodi chiedendo loro del sacro corpo e dove si trovasse. Quelli risposero: “Il luogo è questo, come ci hanno detto coloro che ci hanno preceduto e non abbiamo motivo di dubitarne”. E mostrarono loro il posto. Quindi, avendo estratto il sacro liquido come al solito, lo diedero loro. Mentre poi ognuno se ne riforniva in propri vasetti di vetro, un sacerdote barese loro compagno, che si chiamava Lupo, ne prese un po’ mettendolo in un’ampolla vitrea, che poggiò in un posto elevato per maggiore sicurezza. Ma, ecco che questa, cadendo all’improvviso sul pavimento marmoreo, fu raccolta dal pavimento del tutto integra e solida come prima, non senza sorpresa da parte degli astanti. Allora cominciarono a parlare con i suddetti monaci tentando di convincerli: “Abbiamo intenzione di prendere questo sacro corpo e trasportarlo nella nostra patria. Per questo motivo siamo venuti qui, inviati con tre navi dal Romano Pontefice. Se acconsentirete, daremo a voi da ciascuna nave cento solidi aurei”. All’udire ciò, quelli rimasero stupefatti e presi da paura risposero: “Come possiamo ardire di fare ciò, visto che nessun mortale ci è mai riuscito né ha tentato impunemente ? E chi sarà così temerario da imbarcarsi in un simile affare, come compratore o come venditore, o chi potrà mai pensare di paragonare una cosa tanto preziosa e ammirevole all’oro, all’argento o alle pietre preziose ? Se persino i signori della terra, non con temerarietà ma con preghiere e suppliche, hanno evitato di accingersi all’impresa, come potete pensare voi ora di farcela ? Abbandonate dunque un simile nefasto progetto, che non piace alla divina Maestà. Tuttavia provate se proprio ci tenete: questo è il luogo”. Avevano parlato in tal modo, convinti che la cosa che quelli volevano non si potesse fare. Infatti in tanti anni nessun mortale era riuscito ad impadronirsene di nascosto o a rapirlo alla luce del giorno o ad ottenerlo dal Signore mediante preghiere.

VI. Parlavano di queste e altre cose, tentando di incoraggiarsi reciprocamente. Decisero allora di tenere un consiglio, anche perché non era opportuno per essi differire 5 troppo l’azione, altrimenti certamente sarebbe andata a finire male. Con la lampada di Febe [il sole] che stava tramontando e il crepuscolo che incombeva, cominciarono a nutrire qualche preoccupazione sia per la cosa in sé che per l’estraneità del luogo. Non potevano infatti tardare il ritorno alle navi. Avendo saggiamente considerato ciò e presa la decisione più prudente, bloccarono i monaci di cui si è detto e li tennero fermi. Quindi scelsero delle sentinelle col compito di avvertirli in caso qualcuno si fosse avvicinato, e ciò per evitare di essere sorpresi da qualche male imprevisto. Si piazzarono quindi armi in pugno in vari posti in modo che chiunque fosse sopraggiunto sarebbe stato afferrato e non gli sarebbe stato permesso di allontanarsi. Né avevano paura, pur essendo soltanto quarantaquattro, essendo giovani audacissimi che avrebbero coraggiosamente tenuto fronte a nemici due volte più numerosi, senza neppure pensare di arrendersi o di darsi alla fuga. Avendo quindi disposto uomini all’esterno, all’interno il suddetto presbitero Lupo insieme ad un compagno di nome Grimoaldo e a pochi altri cominciarono a recitare delle preghiere, che solitamente sono designate come litanie. Erano però presi da un certo timore e da un tremore che impediva loro di pensare serenamente, al punto da balbettare e non sapere più come andare avanti nelle preghiere cominciate con tanta sicurezza. Intanto Matteo, uno dei marinai, afferrato un martello di ferro colpì e ruppe il pavimento marmoreo. Sotto di esso apparve il cemento. Appena lo tolsero e misero da parte, comparve la lastra superiore dell’urna. A quel punto furono presi dalla gioia e si diedero a scavare con maggior lena; ruppero con una piccola ascia la vecchia giuntura di calce e la spazzarono via gettando freneticamente i frammenti. Eliminati gli stessi e ripulita esteriormente l’urna sepolcrale, il suddetto giovane la colpì col martello rompendola ad un lato, e subito ne uscì un soavissimo profumo che riempì di meraviglia e di gioia gli astanti.

VII. Lo stesso giovane di cui abbiamo parlato, calando una mano e attingendo per primo il liquido, si rese conto che ce n’era molto nell’urna, la quale sembrava piena fino a metà. Immergendo poi la destra giunse a toccare quel preziosissimo tesoro che stava cercando con tanta ansia. Avendolo trovato, lo tirava fuori subito e senza timore. Infatti, come egli stesso ebbe a dirci, dichiarando con parole degne di fede che stava dicendo la verità, mai si era sentito così sicuro o era stato così deciso. Chi potrà dunque dubitare che nell’agire così senza paura quel giovane non ricevette un aiuto dall’alto ? Avendo messo i vari membri confusamente e a caso, ci si rese conto che mancava la testa. E finché non fu trovata erano piuttosto rattristati. Per cui piegatosi nuovamente cominciò a cercare non accontentandosi più di immergere le mani nel liquido, ma addirittura con temeraria audacia entrando con i piedi (essendosi ciò reso necessario). Cercò così qua e là la testa ed avendola trovata se ne uscì con le vesti e tutto il corpo bagnati di quel liquido salutifero. Tutto ciò avvenne il 20 aprile. Intanto, alcuni marinai che stavano vicino, presero alcune particelle delle sante reliquie e le nascosero. Ma invano. Come infatti dovettero poi confessare e rimetterle a posto lo diremo più avanti.

VIII. Avendo portato a termine tutto ciò, si avvidero di non avere una degna cassa per deporvi quei santi doni dell’onnipotente Iddio. I fatti si erano succeduti con tanta rapidità che non avevano avuto modo di preparare qualcosa per riporre [le reliquie] e depositarle decorosamente. Tuttavia l’altro sacerdote che abbiamo menzionato [Grimoaldo] si tolse la tunica che indossava, che con altro nome è detta paludamento, e vi avvolsero le reliquie come poterono. A quel punto il presbitero Lupo, del quale già scrissi, prese sulle spalle quel peso lievissimo dal quale scorrevano gocce profumate e che non 6 aveva alcunché in comune con i pesi terreni. Tutti, con le armi bene in vista, seguirono il santissimo bottino non come se lo avessero sottratto ai nemici ma come se lo avessero preso in consegna dal Tesoro del Signore e per divina concessione. Con questo lodevole furto portarono via il tesoro venerabile dalla santissima arca non senza, come riteniamo, l’aiuto angelico. Con gli animi esultanti, elevando le lodi, al modo in cui potevano fare dei laici, si affrettarono a tornare al lido del mare. Alcuni di essi non dimenticarono di portare con sé dei frammenti dell’urna marmorea che era stata rotta, i quali, frantumati in pezzettini più piccoli, furono utilizzati insieme alle tavole da molti vescovi per consacrare molti altari sparsi per l’Italia. Qualcosa di simile accadde anche del panno in cui erano state avvolte le venerande reliquie e che era tutto impregnato [del liquido in cui erano state immerse]. Sia l’urna dunque che il panno furono così santificati e perciò sono ancora degni di venerazione in quei luoghi ove sono stati onorevolmente portati.

IX. Quando raggiunsero il porto e deposero le sante reliquie, sorse tra di loro una contesa a proposito di quale equipaggio o quale nave avrebbe avuto l’onore di portare quel gradevole peso. Ogni compagnia desiderava infatti portarlo sulla sua nave. Chi infatti non avrebbe desiderato avere e custodire un tanto protettore, che poi avrebbe custodito e protetto lui e senza dubbio lo avrebbe protetto in tutte le avversità ? Tutti alla fine accettarono che, abbandonata ogni contesa, a portarle fosse la compagnia di quella nave cui apparteneva l’audacissimo marinaio che le aveva prese, a patto però che nessuno decidesse che cosa fare del sacro corpo senza il previo accordo di tutti. E ciò che deliberarono, fu fatto. Ritrovata in tal modo la concordia salirono sulla nave, e avvolgendo le reliquie in un panno nuovo e pulito, tolto via il precedente, le posero in un vaso di legno dove i marinai solitamente tengono le bevande. Frattanto la fama, volando con ali veloci, annunciò l’accaduto agli abitanti di Mira, che è ubicata su una collina a non più di un miglio dalla chiesa, ferendo le orecchie di molti con la triste notizia. Accorsero allora in gran fretta da ogni dove e chi presi dall’ira chi dalla grande tristezza si riversarono al porto, piangendo la perdita del pastore e signore, strappandosi continuamente la barba e i capelli, e con voci lugubri sembrava che piangessero per le esequie del corpo esanime di un loro parente. E dicevano: Quale tempo ci è toccato conoscere ! Nel quale dobbiamo assistere alla rovina della patria. I doni di Dio custoditi per tanti anni In un istante per un facile furto abbiamo perduto. Fino ad ora la terra di Licia era stata resa ricca Di un celeste tesoro, che l’aveva tanto decorata. Era celebrata con grandi lodi per tutta la terra, Fortificata dai meriti del padre magnanimo. O Mira infelice, rimarrai ora spoglia Di riti e di doni, e sarai sempre nella tristezza. O Padre Nicola, venerato in tutto il mondo, perché lasci la nostra patria, anzi la tua ? Qui nascesti, nobile da santi genitori, qui ragazzo e giovane, adulto e pio vecchio Qui sei stato padre e signore, pastore e custode benigno, Questa patria, sia quando eri vivo che dopo la morte, Ti invocava quale che fosse l’avversità che la colpiva, Invocava il tuo rapido soccorso, o Padre propizio. Nelle avversità eri l’unica speranza di salvezza, 7 Offrendo rifugio ai popoli supplici Che tu aiutavi, o venerando preside, accogliendo i loro voti, e concedendo quanto richiesto. Accorrevano da tutte le parti del mondo, al tuo sacro sepolcro spesso fonte di guarigioni. Ora che si saprà della tua urna vuota Il popolo fedele desisterà da ogni culto ed onore. Son venuti meno i doni di Dio e le grazie di prima Della vecchia storia rimarrà solo il nome. Tu Pastore, a chi affiderai noi tue pecore da nutrire? Ora che hai abbandonato il gregge, arriverà il lupo. Tu, nostra Virtù, nostro sollievo, decoro e conforto, Sei stato la nostra unica speranza, salvezza e gioia. Ora, poveri noi, abbiamo perduto tutto; Non ci resta che il lutto, e un dolore senza fine. A chi è stato concesso di compiere una tale scelleratezza? E di violare questo luogo così sacro ? Di chi è la destra che ha perpetrato un gesto così temerario ? Chi è quel sacrilego che ha compiuto questo furto ? Fortunati voi che portate la ricca preda Mentre noi infelici siamo in preda ad ogni male.

X. Queste ed altre cose gridavano piangendo per la tristezza e il dolore, e avendo represso l’ira tornavano alle loro case mestissimi e bagnati dalle lacrime. E mentre tornavano spesso si voltavano verso il mare a guardare le navi. Su di esse infatti venivano portati via il decoro e le gioie della loro patria. Restavano così col fiato sospeso e con lo sguardo fisso come dei dementi, e fremevano come fanno le minacciose leonesse o le tigri feroci. E mentre quelli si allontanavano in compagnia della tristezza con i passi lenti di chi calca la sabbia, questi in compagnia della letizia, con animi esultanti, sciogliendo rapidamente le gomene presero posto ai banchi e cominciarono di gran lena a remare. Infatti, quanta fosse la gioia e quanto lo stupore che riempivano i loro animi non sarei in grado di esprimerlo né con le parole né con gli scritti, né coglierlo nella sua vera intensità. Quella notte i naviganti raggiunsero un’isola che si chiama Caccavo, dopo di che allontanandosi a forza di remi, raggiunsero le isole di Maestra. Sono chiamate infatti con questo nome. Ripartiti da qui con un enorme sforzo di remi pervennero ad una località che si chiama Macri. Infatti durante queste tre prime notti, con i relativi giorni, ebbero un vento boreale decisamente avverso. Per cui alcuni, nel parlare fra di loro, con animi titubanti e turbati dicevano: “Come mai ci ritroviamo con un vento contrario che non dà segni di volersi placare ? Non è che stiamo trasportando qualcosa di diverso rispetto a ciò che diciamo di trasportare ? Se veramente stiamo portando il corpo del beato Nicola, forse non era questa la sua volontà; nel qual caso sarà difficile proseguire.

XI. Uno di loro, di nome Eustazio, la notte successiva fece un sogno come di una visione. Sentì infatti un grande dolore come rondini che gli davano morsi sulla lingua, maltrattandola fino a farla sanguinare. Atterrito da tale visione e svegliatosi del tutto, si alzò dal giaciglio senza alcuna intenzione di tenere per sé l’accaduto, e col cuore ancora pieno di paura rivelò la cosa ai compagni. Affermò tra l’altro che quelle erano le vere membra del grande santo Nicola e che ormai non aveva alcun dubbio che quella era la 8 volontà del Santo. Cominciarono perciò a riprendere il discorso del perché del vento contrario, cercando di investigarne le cause. Per la qual cosa alcuni di essi, quasi ispirati come dei vati, ebbero a dire: “Questo vento che ci sta impedendo di proseguire non crediamo che cesserà. Tanto durerà il vento contrario fino a che le particelle delle ossa che sono state separate non verranno rimesse con le altre. Alcuni di noi infatti si sono appropriati di pezzetti di sacre reliquie ed ora li tengono nascosti. Se vogliamo che la navigazione riprenda prospera fino alla nostra patria, chiunque li tiene nascosti li ricongiunga al sacro corpo. Ognuno quindi si faccia avanti e giuri di non averle nascoste, in modo che da ciascuno di noi si allontani qualsiasi sospetto. Ciò detto con universale approvazione, ognuno che aveva preso qualche particella, la riportò alla presenza di tutti. Uno di essi, ad esempio, che si chiamava Romualdo, confessò di aver preso e nascosto due denti ed altri frammenti. Un altro confessò di aver custodito in una borsa tutta bagnata tutto ciò che aveva furtivamente tolto. Avendo quindi rimesso a posto tutte le particelle che erano state sottratte, ciascuno, sul libro dei vangeli aperto dinanzi a tutti, prestò giuramento di non tenere nascosta alcuna reliquia del Santo né di essere a conoscenza che altri l’avessero. Avevano appena tutti fatto questo che subito notarono come la contrarietà del vento cominciava a diminuire, e si resero conto che dopo aver agito inconsultamente, ora avevano preso la giusta decisione.

XII. Soffiando dunque il vento favorevole, con le navi che solcavano velocemente le onde essi lodavano le grandezze del Signore. Successivamente, al termine del viaggio, dovettero riconoscere che tutto questo in realtà era stato loro mirabilmente preannunciato. Infatti, ad uno dei marinai, che si chiamava Disigio, che stava in quel momento riposando, apparve l’immagine di un uomo venerando che gli disse: “Non temete, ma abbiate fiducia, perché starò io con voi”. E lui: “Chi sei, o signore ?”. Al che quell’uomo venerando rispose: “Io sono Nicola e mi trovo qui con voi; e che questa è la verità lo capirete dal fatto che entrerete nel porto di Bari il ventesimo giorno da quando avete preso il mio corpo”. Appena ebbe pronunciate queste parole, l’immagine scomparve dalla sua vista. Una volta sveglio, egli narrò tutto agli altri. Ed ora veramente possiamo dire che tutto avvenne come predetto. Rincuorati dunque da un simile oracolo non ebbero più paura dei pericoli del mare né dell’impeto dei venti rabbiosi, come invece fanno i naviganti timorosi, né paventavano una qualsiasi tempesta. Del resto, proprio colui che sedava le terribili tempeste, essi lo stavano portando con sé sicuri per mare. Mentre pieni di gioia veleggiavano in mare aperto apparve all’improvviso un uccellino che, dopo aver volteggiato di qua e di là sulla nave, si posò andando tra i piedi dei marinai come se fosse un uccellino domestico. Andava e tornava, saliva e scendeva. E tutti sorridendo lo guardavano meravigliati non solo per la mansuetudine e per il modo di muoversi, ma per il fatto stesso della sua comparsa. Infatti, le navi stavano correndo in mezzo al mare a vele spiegate, e le distanze dalle isole e dalla terra erano notevoli. Pertanto, mentre si chiedevano da dove potesse essere giunta quella rondine, erano pieni di letizia e di meraviglia. Quella poi, camminando e muovendosi continuamente per la nave, ad un tratto fu perduta di vista, e nessuno la vide più. La cosa però li aveva allietati e, dopo una riflessione interiore, si convinsero che ciò che avevano visto con gli occhi del corpo fosse in realtà qualcosa che andava ben oltre l’immagine dell’uccellino.

XIII. La gioia si intensificava di giorno in giorno. Più volte infatti, nell’alternarsi di luce e di oscurità, avvertivano un soavissimo e mirabile profumo, emanante una fragranza sconosciuta. Allietati così da tanti eventi favorevoli, in pochi giorni giunsero nel porto di S. Giorgio, una località che si trova a quasi cinque miglia dalle 9 mura di Bari. Qui poi, estraendo le sacre reliquie dal vaso [vasculo] di cui si è detto, le depositarono in una cassetta di legno [lignea capsella] che avevano preparato durante il viaggio, non prima di averle baciate per loro devozione. Le chiusero con tutta la cura di cui erano capaci, avvolgendola strettamente con le stoffe comprate al mercato. Mandarono quindi alcuni di loro che precedendoli portassero la notizia al clero e al popolo barese. Appena questi ebbero dato l’annuncio, immediatamente tutta la città fu ripiena di nuova e mirabile gioia. Senza perder tempo ognuno, uomini e donne di ogni età, e persino i malati, si riversarono al porto. Qui, quasi tutti, uomini e donne, vecchi e giovani, vecchie e giovinette, fanciulli e fanciulle, bambini e bambine, si misero ad attendere, scrutando ansiosamente e con lieti pensieri, quelle navi che arrivavano portando una grande gioia alla città di Bari e a tutta l’Italia.

XIV. Mentre entravano nel porto, quelli che avevano portato un tanto tesoro non sapevano ancora a quale pio ecclesiastico l’avrebbero affidato. Infatti, era assente Ursone, arcivescovo dei Baresi, uomo religioso e degno agli occhi di Dio, ben conosciuto dai signori italiani dei quali era familiare ed amico. Egli si trovava a Trani, e quel giorno io mi trovavo con lui. Qui infatti era già pronta una nave, sulla quale il giorno dopo si sarebbe imbarcato per andare a pregare a Gerusalemme. Arrivò dunque tempestivamente un inviato dei cittadini baresi con una lettera per lui, nella quale lo informavano del grande dono che l’onnipotente Iddio si era degnato di concedere alla chiesa durante il suo episcopato. Interrotto quindi il viaggio al quale s’era preparato, e ripieno di gioia, si affrettò a raggiungere Bari. I marinai intanto avevano consegnato la cassetta con le sacre reliquie al suddetto Elia, abate del monastero di S. Benedetto, che è situato in prossimità del porto. Egli la prese e la depose nella stessa chiesa di S. Benedetto il giorno 9 del mese di maggio, giorno fissato poi per la celebrazione della solennità della Traslazione, e per tre giorni e tre notti la custodì diligentemente e con le dovute cure con i suoi frati. Da lì fu successivamente prelevata e portata alla Curia detta del Catepano. Infatti, fra i cittadini baresi era sorta una contesa [civilis dissensio et seditio] che aveva provocato un tumulto, divisi com’erano in due fazioni. Una voleva collocare il Santo in una parte della città, l’altra in un altro luogo. Ciò che poi accadde tra di loro è meglio non annotarlo per non rattristare i posteri, ma preferisco relegarlo in un eterno silenzio e lasciare che sia ignorato e dimenticato. Poi, essendo arrivato lo stesso Arcivescovo, i marinai e i cittadini lo supplicarono di permettere che la cassetta fosse lasciata all’interno della Curia, poiché il luogo appariva idoneo e abbastanza ampio per costruirvi una apposita chiesa. Alle quali richieste egli assentì, e subito insieme ai vescovi e ai chierici e a tutto il popolo della città a piedi nudi ivi recatosi, prese [la cassetta] dalla Curia e la depose nella chiesa del beato protomartire Stefano, che in pochi mesi era stata costruita tre anni prima. Dopo di che cominciarono a domandarsi su come aver cura e sollecitudine del sacro corpo e su chi fosse la persona adatta, degna e pia, cui consegnare un tanto tesoro da custodire fedelmente, che raccogliesse le offerte dei fedeli, e che fedelmente le conservasse per le opere necessarie alla Basilica, e che quale provvido dispensatore presiedesse a tutte le operazioni utili allo scopo. Non riuscirono a trovare alcuno più idoneo a portare avanti una cosa simile di quanto non fosse il suddetto abate Elia. E così, con il consenso e il favore di tutti, l’arcivescovo gli affidò l’urna del corpo, e volle che fosse preposto a tutto ciò che andava fatto.

10 XV. Quasi tutte le cose che finora abbiamo messo per iscritto, con uno stile poco raffinato a causa del nostro povero ingegno, l’onnipotente Maestà divina si è degnata di compierle mediante l’azione dei mortali. Quelle invece che sto per aggiungere, cioè i prodigi innumerevoli e straordinari, le ha compiute essa sola. Piacque, infatti, all’Onnipotenza divina che ciò che era stato realizzato con un’azione temeraria fosse poi confermato da un suo meraviglioso intervento. Non pochi fedeli infatti erano presi dal dubbio che la grazia, la gloria e il prestigio che erano pervenuti alla città di Bari per divina disposizione e che illustravano l’Italia tutta, non venissero creduti con la dovuta certezza. Come infatti abbiamo detto all’inizio, molti principi avevano tentato invano la stessa impresa, ma non volendolo il Signore, non vi erano riusciti. Ora, se qualcuno dovesse domandarci o domandarsi, come mai ciò che per tanti secoli è stato negato ad altri Dio lo abbia poi concesso a costoro, gli si potrebbe rispondere: Non sappiamo il perché. Chi può conoscere infatti i pensieri di Dio ? O chi gli può dare consigli ? Questo solo sappiamo, che a quelli allora non volle concedere ciò che poi ha ritenuto opportuno concedere a questi. Possiamo però dedurre senza alcun dubbio che, come un provvido amministratore, ha disposto il trasferimento di questo dono dall’Asia a Bari per la salvezza degli Italiani, anzi meglio, di tutta l’Europa. Infatti, soltanto in questa parte del mondo, cioè l’Europa, la pietà cattolica è coltivata con più abbondanza e perfezione. In altre parti invero, o appena, o proprio per nulla. I MIRACOLI (di questi capitoli si dà solo uno schema sintetico).

XVI. Molti furono i miracoli dopo la traslazione spesso in concomitanza col grande concorso di pellegrini a Bari. XVII. La fama dell’evento si diffuse ben presto in tutto l’occidente. XVIII. E’ guarito un paralitico di Ancona, come pure un sacerdote di Camerino (che soffriva di gotta). XIX. Un bambino di Amalfi fu liberato dal demonio. XX. E’ guarita anche la fanciullina portata da un certo Castello. XXI. E’ guarita la paralitica di Durazzo. XXII. E’ guarita la donna della Dalmazia malata di lebbra. XXIII. E’ guarita la serva di Siponto con la sua cronica spossatezza. XXIV. E’ guarita la donnetta che non aveva più latte. XXV. Un fanciullo storpio è guarito durante un pellegrinaggio da Matera. XXVI. E’ guarito il povero storpio di Taranto. XXVII. E’ guarito il servo pieno di ferite procurategli dal suo padrone, un soldato, che lo riteneva colpevole di furto. XXVIII. E’ guarita l’indemoniata della Gallia Cisalpina.

 

Foglio inviato agli amici di S. Nicola di tutto il mondo da
P. Gerardo Cioffari o.p.
direttore del Centro Studi Nicolaiani di Bari 

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