X DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – (Lc 7, 11-17)

Come è grande la Parola e come manifesta tutta la sua potenza di vita quando ci narra un racconto di guarigione! A Naim Gesù rianima un ragazzo restituendolo alla madre vivo, e siamo certi di questo miracolo. Nel brano evangelico, però, l’evangelista Luca ci narra – unico tra gli evangelisti –  qualcosa di più grande e che va ben al di là di un semplice evento taumaturgico, l’incontro cioè di due cortei: quello della vita, rappresentato da Gesù, «i suoi discepoli e una grande folla» (v. 11) e quello di coloro che accompagnano «alla tomba un morto, unico figlio di una madre rimasta vedova» (v. 12). Ogni vita, compresa la nostra, può dirsi a pieno titolo l’incontro di due cortei, il duello tra la vita e la morte che riguarda la condizione umana. Nessun uomo che calpesti la crosta terrestre può dirsi esonerato da quella tragica battaglia – piccola o grande che sia – chiamata tentazione, prova o enigma oscuro che non sempre sappiamo sciogliere. Nessun uomo, poi, può dirsi pienamente soddisfatto a meno che non sappia rispondere efficacemente al suo insopprimibile bisogno di vita. Ecco perché Gesù guarisce ed ecco perché lo fa in un modo in cui solo Lui può farlo. Avendo condiviso con noi la carne soggetta al tempo e allo spazio, non ha risparmiato per se stesso dolori, limiti e sofferenze. Ma proprio perché ha vissuto la nostra radicale finitudine, ha conosciuto e conosce ogni microscopico respiro della nostra pelle offesa, ogni strappata dignità e l’aberrante delitto che, da Caino e Abele  in poi, non smette di tormentare l’umanità. Solo Gesù può nutrire per ciascuno di noi una compassione profonda che ribolle dall’interno delle viscere, come il dolore della madre per la perdita del suo figlioletto. Noi, piuttosto, siamo abituati, ormai da tempo, a un cinico e superficiale compatire. La vicinanza di Gesù ad ogni piaga umana ci tocca e ci libera dall’impurità. Nel racconto si narra, infatti, che Gesù si avvicinò e toccò la bara, un gesto proibito dalle norme di purità (chi compiva un simile gesto si rendeva impuro per sette giorni). Quando il Figlio di Dio ci incontra ci dona la vita; la morte cede il passo alla vita e nel nostro duello sentiamo di essere più forti del dolore e della morte.

Cari amici, Luca ci consegna una splendida pagina di vita, una pagina che parla del miracolo per eccellenza: il miracolo della nostra totale fiducia in Dio o, in altri termini, la nostra disponibilità a incrociare il nostro sguardo con lo sguardo di Cristo, soprattutto nelle nostre ferite e nei nostri singoli momenti di dolore. Dio non smette, anche oggi, di guarire e di consolare, perché desidera parteciparci la sua vita. La sua Parola ha il potere di rimetterci in piedi e di donarci la possibilità di compiere il gesto più vero di ogni relazione: riprendere a parlare; con i vicini, anzitutto, e con i lontani. Riflettiamo, dunque, sulle situazioni di morte che bloccano il nostro cammino e che ci impediscono di rialzarci da soli. Scopriremo miracoli di cui non si parla  e che tuttavia sono un segno che Dio è sempre con noi e ci guarda di compassione, vera come l’amore di una mamma pronta a dare la vita per il proprio figlio; ancora più vera come il sacrificio del suo unico Figlio immolatosi per gli uomini di tutti i tempi.

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