XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO C – (Lc 9, 18-24)

Un quesito importante e rivolto a tutti gli uomini di buona volontà, una lezione di discepolato autentico che ci invita a ripensare la nostra sequela di Cristo, al di là di ogni perbenismo e sforzo umano. Ecco ciò che il Vangelo di questa domenica ci propone. Gesù è certamente un maestro esigente, d’accordo, ma la sua domanda è da considerarsi una semplice indagine, un mero sondaggio o un’autoesaltazione della propria persona? Quando ai suoi discepoli il Maestro chiede: «Ma, voi chi dite che io sia?» intende soddisfare una curiosità tesa al proprio compiacimento o piegare la propria identità a un popolo che non lo riconosce come Messia? È evidente che la domanda si nutre di silenzio orante e di chiara consapevolezza della propria identità e della propria missione, perché Gesù le idee chiare le ha avute sin dall’inizio della sua incarnazione. Ha compreso di dover passare per la follia della croce e ai suoi discepoli chiede che lo seguano liberamente e volontariamente come Messia crocifisso, che intende sanare ogni situazione di peccato e di umana fragilità. A partire dall’esperienza della preghiera, che ci culla e ci protegge come se ci tenesse nel grembo di nostra madre, noi possiamo maturare una più chiara consapevolezza della nostra identità di cristiani chiamati a essere discepoli di Cristo, il Figlio di Dio venuto a inaugurare il mondo nuovo del perdono e dell’amore incondizionato. Per il popolo di Israele – e aggiungerei per un buon numero di cristiani – Gesù è un ottimo maestro di morale, un guaritore e un purificatore di situazioni altrimenti disperate, ma saperlo e sperimentarlo come Figlio di Dio risulta assai difficile; forse perché la preghiera manca dell’ascolto e del tempo concessogli per amore e desiderio di stare con Lui. Non basta credere a Gesù, cioè alla sua Parola, ma occorre fidarsi e affidarsi alla sua Parola, disposti a viverlo in ogni momento come Colui che, solo, può realizzare le sue parole. Allora, oltre a credere a Gesù crediamo anche in Gesù, il Vivente che illumina i nostri passi con la luce della fede e chiarisce sempre più la nostra identità di crociferi. Essere uomini, infatti, significa essere pienamente se stessi, ed essere pienamente se stessi implica il gesto coraggioso di prendere la croce. E qui bisogna chiarire cosa si intende per croce. Contrariamente a quanto si è soliti pensare, per croce i cristiani non intendono rassegnazione e accettazione passiva al dolore e alla sofferenza, o a qualsiasi forma di malattia e di tribolazione. Esse sono un male in se stesse e Dio non ci manda nulla di tutto ciò. Ciò che intende Gesù invece, significa il coraggio di volersi lasciare trasformare dalla logica della croce. Essa era lo strumento di morte di chi sovvertiva l’ordine costituito: il mondo dei ricchi sui poveri, dei potenti su deboli, dei liberi sugli schiavi. Questo mondo antico, fatto di privilegi e di soprusi oggi è più che mai presente e anche oggi Gesù ci chiede di sovvertirlo come ha fatto Lui, per costruirne uno nuovo, che abbatta ogni barriera e ogni forma di distinzione e di discriminazione. Dunque, “prendere la croce” per seguire il Maestro, significa essere disposti a cambiare il mondo che vuole dividere i figli di Dio in ricchi e potenti da una parte e in poveri e deboli dall’altra. Prendere la croce implica, in un certo senso, essere condannati a morte (da un mondo avido di beni e vuoto di Cielo) per vivre davvero.

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