XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Lc 15, 1-32

Storia di un Dio: quello dei farisei, che detesta i peccatori e li punisce; storia di una mentalità che fatica, anche ai giorni nostri, ad accettare un Dio che ama i peccatori e li cerca per benedirli e perdonarli. Se la mannaia della nostra giustizia dovesse abbattersi su di essi, non ne scamperebbe neppure uno. Anche Dio potrebbe farlo, ma se lo facesse chi di noi si salverebbe? Costruiamo torri dorate sull’illusione di una vita comoda e riuscita, edifichiamo, progettiamo e disponiamo le nostre cose con meticolosità, tanto da privarci del sonno. Ma l’inquietudine è dietro l’angolo, pronta a restituirci il conto di una vita fallimentare perché priva o lontana dalla pace che tutti i beni del mondo non possono darci. ll Dio di Gesù Cristo non può piacere ai farisei come non piace ai potenti di turno, i detentori dei privilegi abituati a dividere il mondo in bianco e nero. Eppure Gesù viene a ripulire proprio le false immagini di Dio sulle quali amiamo adagiarci. In fondo noi siamo quelli che stanno sempre dalla parte giusta perché non rubiamo e non ammazziamo, perciò non temiamo il Dio che punisce e castiga, anzi ci fa pure comodo. La condizione umana, però, ci rivela ciò che Dostoevskij scrive nei “Fratelli Karamazov”: “Il campo di battaglia è dentro di noi”. Bianco e nero, peccato e virtù, bontà e malizia dimorano in ognuno di noi; perciò, ognuno di noi è meritevole di giustizia e di misericordia. L’uomo vive nella libertà di poter peccare e nella fragilità di un mondo capace di rifiutare Dio che lo ha creato. I modi di smarrirsi sono tanti, ma la misericordia ha il piede più lungo del peccato e Dio ce lo dimostra nel Figlio suo Gesù: il volto del Padre che si strugge per ognuno di noi e ci attira a sé con la tattica vincente dell’accoglienza. E chi vive il Vangelo e ha per maestro Gesù Cristo deve accogliere nel suo nome quel fratello che ha cercato la felicità in modo sbagliato, quel fratello che non ha ancora conosciuto l’amore di un Padre davvero speciale.

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