FALLO, FISCHIO E PALLA AL CENTRO: QUANDO LA CONSULTA DIVENTA ARBITRO

Nei giorni scorsi la Corte costituzionale si è espressa sulle questioni di legittimità, sollevate da ben 5 diversi Tribunali (Messina, Torino, Perugia, Genova e Trieste), in merito alla legge elettorale n.52/2015, il cosiddetto Italicum.

La suddetta legge elettorale si caratterizzava per essere un sistema misto, ossia un sostanziale sistema a base proporzionale corretto da un premio di maggioranza, finalizzato ad equilibrare il più possibile i due rispettivi caratteri, inversamente proporzionali, della rappresentatività e della governabilità.
La forma mista non costituisce una novità nel panorama italiano (vedasi il Porcellum), ma in relazione all’Italicum assume una nuova connotazione, specie rispetto all’istituto del doppio turno, funzionale all’assegnazione del premio di maggioranza di 340 seggi (54%) alla lista in grado di raggiungere il 40% dei voti (nel caso in cui ciò non avvenga, è prevista una seconda tornata elettorale, appunto il ballottaggio, tra due liste più suffragate nel primo turno. La lista che ottiene il 50% + 1 dei voti al ballottaggio beneficia del premio di maggioranza).

Al riguardo giova ricordare che il meccanismo proprio dell’Italicum essendo stato concepito in stretta correlazione con la legge di revisione costituzionale Renzi-Boschi, poi bocciata col referendum costituzionale del 4 Dicembre, si presentava come una legge elettorale monocamerale:

  • elaborata per eleggere i soli rappresentanti in seno alla Camera dei Deputati (il de profundis del Senato era già stato inscenato nel primo discorso d’insediamento del Governo);
  • con soglia di sbarramento unica al 3% su base nazionale per tutti i partiti;
    recante l’opzione di designare un capolista bloccato, candidabile in 10 collegi;
  • che reintroduceva la preferenza, doppia nel caso della preferenza di genere (possibilità di indicare due soggetti, purché di sesso diverso, pena la nullità della seconda preferenza).

Su questa legge elettorale si è espressa la Corte costituzionale che ha rigettato la questione di legittimità relativamente al premio di maggioranza, ma ha dichiarato illegittimo il meccanismo del ballottaggio. La Corte, inoltre, ha:

  • dichiarato illegittima la disposizione che consentiva al capolista eletto in più collegi (pluricandidatura) di scegliere arbitrariamente il collegio di elezione;
  • salvato figura del capolista bloccato, ossia la garanzia dell’elezione automatica del capolista, qualora la medesima lista ottenga un seggio;
  • stabilito che la legge elettorale è “suscettibile di immediata applicazione”.

La sentenza della Corte costituzionale ci porta ad alcune riflessioni, la prima risponde alla domanda come è possibile che lo strumento del ballottaggio, fondamentale all’interno di alcuni sistemi elettorali, come quello dei Comuni, possa dichiararsi costituzionalmente illegittimo?
Il giudizio della Consulta si muove giustamente su due binari differenti: mentre la struttura degli Enti locali presenta un assetto istituzionale tendenzialmente presidenzialista, il medesimo sistema mal si concilia con la forma di governo del nostro Paese, di stampo parlamentare, che trova il suo punto nodale nel rapporto di fiducia Governo/Camere e nella formazione di una maggioranza solida, costruita sul meccanismo del compromesso tra le diverse forze politiche.

La seconda riflessione porta ad interrogarci sui possibili scenari politici che si apriranno. Domanda a cui non possiamo rispondere poiché non possiamo prevedere con certezza gli scenari che si alterneranno, né quale ruolo giocheranno i meccanismi elettorali. Il nostro attuale sistema politico è regolato da due leggi elettorali monocamerali, ossia esclusive di ciascun ramo del Parlamento (l’Italicum per la Camera dei Deputati, il Consultellum per il Senato della Repubblica). Si tratta di un elemento non da poco, considerando le differenze sostanziali che caratterizzano i due sistemi e che pesano inevitabilmente sugli equilibri politici futuri, data la concreta possibilità che nelle due Camere si possano eleggere  maggioranze diverse e divergenti, determinando un’intrinseca eterogeneità politica foriera di quella instabilità tanto invisa all’Europa e ai mercati.

L’ultima riflessione che scaturisce dalla sentenza, che si presta più ad una valutazione politica che tecnico-giuridica, risiede nel dato per cui la nostra legge elettorale non trova la firma, né l’attestazione di paternità del Parlamento, ma trae origine e fondamento in due sentenze della Corte costituzionale, che viene chiamata ad occuparsi in prima persona di scrivere le regole del gioco della vita politica italiana, ennesimo segnale dell’incapacità della classe politica di “nominati” che non riesce nemmeno a scriversi una legge elettorale per farsi rieleggere.

Di: Fabio Ladisa

Per approfondire:

http://www.cortecostituzionale.it/documenti/download/pdf/lacorte_depliant.pdf

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