IL MONDO AL BIVIO TRA LIBERTA’ E SICUREZZA

“Questa è l’Unione europea e noi non discriminiamo sulla base della nazionalità, della razza o della religione, non solo per l’asilo ma per qualsiasi altra nostra politica. La Commissione ed il presidente Juncker hanno costantemente ribadito il nostro attaccamento a questi principi”. E’ quanto ha dichiarato il portavoce della Commissione europea, Margaritis Schinas, in risposta all’ordine esecutivo emesso dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, col quale ha vietato l’accesso per 90 giorni ai cittadini di 7 Paesi a maggioranza islamica (Iran, Iraq, Libia, Somalia, Sudan, Siria e Yemen) e per 120 giorni a tutti i rifugiati, indipendentemente dalla loro nazionalità.
Una presa di posizione forte da parte dell’Unione Europea, a cui Trump non ha mancato di rispondere, criticando il modello europeo dell’accoglienza:”Il nostro Paese – twitta Trump – ha bisogno di confini forti e di controlli rigidi,  ADESSO. Guardate a quello che sta succedendo in Europa e, anzi, in tutto il mondo – un caos orribile!”.
Una scontro che riapre un dibattito secolare in merito al binomio libertà/sicurezza, fattori spesso inversamente proporzionali ed incapaci di approdare ad una concreta situazione di equilibrio: da un lato, l’America trumpista che cede alla logica di un comprensibile ma  non giustificabile terrore, del sospetto, fornendo tra l’altro negative argomentazioni ai movimenti che proprio nell’esclusione e nella divisione trovano terreno fertile: non possiamo infatti sorvolare sulle conseguenze geopolitiche che tali scelte stanno determinando (vedasi l’Iraq che ha deciso di applicare in merito il principio di reciprocità) nei confronti degli Stati inquadrati dal Muslim ban (così come, in maniera non propriamente corretta, è stato definito); dall’altro, l’Unione Europea che riafferma, pur tra le mille difficoltà, la propria politica di solidarietà umanitaria: ma all’interno della stessa UE continuano a serpeggiare i malumori nazionalistici e populistici, che trovano nella gestione dei flussi migratori una non indifferente argomentazione, funzionale a rimpolpare un euroscetticismo traboccante. Da qui, la strenua necessità di rivedere gli accordi relativi alla Convenzione di Dublino, al fine di determinare un sistema omogeneo ed equamente sostenibile di amministrazione delle ondate migratorie per tutti gli Stati membri.
Ma la violazione dei diritti non è stata vox clamantis in deserto: accanto alle dichiarazioni dell’UE, si sono affiancate le dichiarazioni dell’ONU che, attraverso la figura dell’Alto Commissario del Consiglio dei diritti umani, Zeid Ra’ad al Hussein, ha definito l’ordine esecutivo di Trump “illegale e meschino”.
Le parole, forse più significative, sono giunte dal Primo Ministro canadese, Justin Trudeau: collocandosi agli antipodi della politica trumpista, ha aperto ai rifugiati, dando loro il benvenuto e sottolineando come la diversità sia la forza dello Stato canadese. Un Paese in cui il multiculturalismo e l’integrazione hanno pagato, ma in positivo, costituendo la chiave di volta della propria potenza socio-economica, tra le maggiori al mondo.
Un progetto e una realtà politica che, nonostante la delegittimazione violenta (vedasi l’attentato alla moschea di Quebec City), continua il suo percorso, rafforzandosi e affondando le proprie radici, nella consapevolezza che l’insicurezza e il dubbio non possano minare le libertà della persona umana e la propria dignità, senza che questo produca effetti e conseguenze devastanti, sia sul piano geopolitico, sia sulla sfera dei diritti umani, i quali dovrebbero ormai essere considerati dalla civiltà occidentale e dallo Stato di diritto come un “possesso per l’eternità” (κτήμα ες αιεί, come direbbe Tucidide), ma che costantemente ci ripropongono la necessità di determinarne, di volta in volta, il loro contenuto materiale e il loro valore, sempre più cangiante a seconda dei contesti, sempre più indebolito dai tempi e dagli interessi di parte.

 

Di: FABIO LADISA

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