IV DOMENICA DI QUARESIMA (Gv 9, 1-41) – Anno A

La liturgia di questa domenica, detta “laetare” , si tinge di gioia che invita a rallegrarsi e a svegliarsi. Tu dici: in questo spettacolo poco gratificante del mondo, in cui le fosche tinte la fanno da padrone, un momento di gioia è come una stella alpina incastonata su uno sperone roccioso. Semplicemente impossibile da raggiungere.
Eppure la gioia di Dio non solo non è un’utopia, ma è sempre contagiosa e ci chiede di cercare non la propria beatitudine, ma la letizia che scaturisce da una festa in cui sappiamo valorizzare ogni singolo incontro e ogni singola relazione. Si tratta della beatitudine di una famiglia chiamata a far festa; di un popolo redento che rende ciascuno dei suoi componenti una “pietra” scelta e preziosa, grazie alla luce di una vita battesimale, rinnovata e trasfigurata.
La gioia del Signore libera anche dalla cecità più remota e nascosta e dai suoi molteplici effetti: angoscia, paura, delusione, smarrimento. La sua luce illumina progressivamente, perché Gesù non può sostituirsi al cammino dei suoi discepoli. Anche noi come il cieco dobbiamo percorrere un itinerario di guarigione che vede Cristo al nostro fianco. E’ un cammino impegnativo, ma ricco e avvincente; un cammino durante il quale il Maestro ci invita a obbedire e ad affidarci, per ricevere la luce interiore che ci illumina lungo gli attanti più scoscesi delle nostre non facili scelte. Se la condizione di peccato ci blocca nelle sabbie mobili di una vita senza senso, la Parola invece ci esorta a viaggiare di tenebra in luce e ci mostra il cammino che dalla cecità ci conduce a vedere la vita e le cose tutte con occhi nuovi. Essa è il sussurro dell’amore di Dio che ci vuole “figli della luce” anzitutto nel cuore, là dove un discernimento diverso è possibile, consentendoci di guardare e di giudicare con il cuore stesso di Dio.
Allora, coraggio e in marcia! La strada è lunga, ma non siamo soli.

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