IV DOMENICA DI PASQUA – ANNO A (Gv 10, 1-10)

Gesù è il “pastore bello” che rende belli come Lui coloro che lo amano e lo seguono. A differenza delle guide religiose e dei funzionari del sacro del suo tempo, Egli non ci chiude nel “recinto” di un Dio da temere e da placare. La falsa catechesi dei detentori del potere religioso aveva imprigionato il popolo in una istituzione religiosa opprimente, fatta di una costellazione di minuziosi precetti da osservare scrupolosamente. 


Gesù ci mostra piuttosto il volto di un Dio che libera, non un legislatore che impone gioghi e catene; e lo fa proclamandosi “pastore” che si fa riconoscere dalle sue “pecore”, perché tratta i nostri peccati con grande pazienza e fine capacità educativa. 


Ci precede con il dono della sua vita, si proclama “custode” delle nostre anime e usa un tono di voce sempre basso, perché la coscienza – vera “porta” attraverso la quale Egli può dimorare in noi – non ha bisogno di fare la voce grossa per attivarsi. Le basta il ricordo del peccato, il dolore dell’ingratitudine.


Gesù non ci ha lasciato fardelli insopportabili, ma un “esempio, affinché ne possiamo seguire le orme” (1Pt 2, 21). 
Ciascuno di noi, nel passaggio attraverso la porta di Cristo, deve sapere di essere una tessera nel meraviglioso mosaico del disegno di Dio, e deve farlo educandosi all’ascolto e all’uscita da se stesso. 


Gesù, Pastore che chiami ciascuno di noi per nome, insegnaci ad aprire in piena libertà la porta del nostro cuore, affinché maturiamo quello che siamo e quello che siamo disposti ad essere con la grazia di Dio. Una casa ci aspetta e i nostri piedi pellegrini fremono per l’annuncio del Vangelo.

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